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Inchiesta appalti e camorra al Comune di Giugliano: cosa rischiano i politici coinvolti

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È ufficialmente entrato nella fase dibattimentale il processo che mette al centro presunti intrecci tra politica, criminalità organizzata e affari pubblici nel Comune di Giugliano Dopo l’udienza preliminare, il Tribunale di Napoli Nord ha disposto il rinvio a giudizio con rito ordinario per 25 persone (leggi qui l’articolo), tra cui alcuni volti politici di primo piano della recente amministrazione locale. Tra i principali imputati figurano: Antonio Poziello, ex sindaco di Giugliano, Giulio Di Napoli, ex assessore comunale ed ex consigliere, Paolo Liccardo, ex consigliere comunale, Pasquale Casoria, ex consigliere comunale.

Altri amministratori, dirigenti e imprenditori sono anch’essi coinvolti nella stessa inchiesta, che complessivamente conta 43 persone sotto accusa, alcune delle quali hanno optato per il rito abbreviato. La prima udienza del dibattimento con rito ordinario è fissata per il 22 aprile 2026 davanti alla sezione collegiale del Tribunale di Napoli Nord. Altri imputati che hanno scelto il rito abbreviato affronteranno udienze il 13 febbraio e il 4 marzo. Nel corso del processo si delineerà con precisione il ruolo di ciascun imputato, le prove raccolte dalla Procura, le eventuali testimonianze e le controdeduzioni delle difese, che certamente cercheranno di smontare l’accusa, soprattutto sulla configurazione dello scambio politico-mafioso.

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L’inchiesta: il presunto “sistema” tra politica, clan Mallardo e affari pubblici

Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Napoli, partono dal 2015 e si sono sviluppate fino al 2020, l’anno in cui l’amministrazione Poziello fu sfiduciata e il Comune commissariato. Secondo l’accusa, quel periodo sarebbe stato segnato da un sistema corruttivo strutturato, con un ruolo centrale giocato da interessi politici, interessi imprenditoriali e il clan camorristico Mallardo, storico gruppo criminale radicato sul territorio. Secondo gli inquirenti, il ruolo del clan non si sarebbe limitato all’intimidazione tradizionale sul territorio, ma avrebbe permeato le dinamiche istituzionali, compresi: appalti pubblici pilotati per favorire imprese riconducibili alla criminalità; dazioni di denaro e tangenti in cambio di favori amministrativi; concessioni edilizie e posti di lavoro “clientelari”; condizionamento della campagna elettorale comunale del 2020. Il Comune di Giugliano si è costituito parte civile nel procedimento, ritenendosi danneggiato da queste presunte condotte.

I principali capi di imputazione

Le accuse mosse contro Poziello, Di Napoli, Liccardo, Casoria e altri imputati non sono di poco conto. Anche se il quadro completo delle singole contestazioni sarà definito nel corso del dibattimento, al momento i reati principali contestati a vario titolo – e che possono riguardare anche gli amministratori politici – includono: scambio elettorale politico-mafioso (art. 416-ter c.p.). Questo è uno dei reati più gravi nell’ambito delle accuse: consiste nell’intesa tra un politico e un’organizzazione mafiosa per ottenere voti in cambio di favori o vantaggi futuri. In Italia è un reato autonomo previsto dal Codice Penale e la sua configurazione implica l’accordo con soggetti legati a una cosca per condizionare l’esito elettorale o la gestione amministrativa. Per gli imputati politici, questa accusa nasce dal presunto coinvolgimento con il clan Mallardo nella campagna elettorale del 2020, ampliata dall’ipotesi che il gruppo criminale abbia promesso voti in cambio di vantaggi amministrativi.

La figura centrale dell’impianto accusatorio è quella dell’ex sindaco Antonio Poziello. Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, Poziello non sarebbe stato un semplice amministratore esposto a pressioni esterne, ma il perno politico di un rapporto stabile con ambienti riconducibili al clan Mallardo. La Procura sostiene che, soprattutto in occasione delle tornate elettorali, l’ex primo cittadino avrebbe accettato – o quantomeno ricercato – un sostegno elettorale garantito da soggetti legati alla camorra, offrendo in cambio una disponibilità amministrativa capace di tradursi in atti concreti: agevolazioni, appalti, concessioni e una generale permeabilità dell’ente comunale agli interessi criminali. In questa chiave viene letta l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso, ritenuta il reato cardine contestato all’ex sindaco, insieme a ipotesi di corruzione e turbativa delle procedure pubbliche. Per gli inquirenti, Poziello avrebbe contribuito a creare un clima istituzionale favorevole agli affari delle imprese vicine al clan, rendendo l’azione amministrativa funzionale a un patto illecito di reciproca convenienza.

Accanto alla posizione dell’ex sindaco si colloca quella di Giulio Di Napoli, all’epoca assessore. La Procura non gli attribuisce un ruolo di vertice, ma lo considera un ingranaggio essenziale del presunto sistema. Secondo l’accusa, Di Napoli avrebbe messo il proprio ruolo politico al servizio di decisioni amministrative orientate a favorire soggetti graditi agli ambienti criminali, partecipando alla gestione di pratiche e procedimenti che avrebbero prodotto vantaggi indebiti. La sua posizione viene letta come quella di un amministratore consapevole del contesto in cui operava, che avrebbe contribuito – anche senza un diretto rapporto con i clan – a rendere effettivi gli accordi politici e affaristici ipotizzati dalla Procura. Il suo coinvolgimento viene quindi inquadrato nel concorso nei reati contro la pubblica amministrazione, all’interno di una più ampia logica corruttiva.

Diversa, ma comunque significativa, è la posizione dell’ex consigliere comunale Paolo Liccardo. Secondo l’accusa, Liccardo avrebbe svolto una funzione di raccordo politico, partecipando attivamente alle dinamiche di scambio che avrebbero caratterizzato l’amministrazione. La Procura ritiene che il suo ruolo non si limitasse alla mera attività consiliare, ma includesse contatti, mediazioni e pressioni finalizzate a indirizzare decisioni pubbliche e appalti. In questa prospettiva, Liccardo viene indicato come uno degli amministratori che avrebbero contribuito a tradurre sul piano operativo gli accordi tra politica e interessi criminali, partecipando alle trattative con imprenditori e intermediari. Anche per lui l’ipotesi di reato ruota intorno allo scambio politico-mafioso e alla turbativa delle procedure amministrative.

La posizione di Pasquale Casoria, anch’egli ex consigliere comunale, viene descritta dagli inquirenti in termini analoghi ma con un profilo meno esposto. La Procura lo colloca all’interno di un contesto politico permeato da logiche clientelari e di favore, in cui le decisioni pubbliche sarebbero state influenzate da interessi esterni all’ente. Casoria, secondo l’accusa, avrebbe preso parte a questo sistema, contribuendo – con il proprio peso politico e con la propria attività – a sostenere un assetto amministrativo funzionale agli accordi illeciti ipotizzati. Il suo coinvolgimento viene quindi letto come partecipazione consapevole a un meccanismo di scambi e favori, piuttosto che come iniziativa individuale isolata.

Nel complesso, l’impianto accusatorio non descrive singoli episodi scollegati, ma una rete di relazioni stabili tra amministratori, imprenditori e criminalità organizzata. Per la Procura, ciascuno degli imputati avrebbe avuto un ruolo diverso ma complementare: chi come decisore politico, chi come esecutore amministrativo, chi come intermediario. Sarà ora il dibattimento a stabilire se queste ricostruzioni troveranno conferma nelle prove e nelle testimonianze. Resta fermo un principio fondamentale: tutti gli imputati sono da considerarsi innocenti fino a sentenza definitiva. Il processo che si apre rappresenta non solo un passaggio giudiziario cruciale per i singoli coinvolti, ma anche un banco di prova per la capacità delle istituzioni di fare chiarezza su anni di gestione amministrativa finiti sotto la lente dell’antimafia.

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