«Mellone ucciso da Faiello», Maisto attirato in trappola dai suoi stessi amici

I contrasti con il ras Nunzio Talotti, fedelissimo di Marco Di Lauro, costarono la morte a Ciro Maisto ‘o mellone. Maisto fu ucciso nei pressi della villa comunale di Secondigliano nell’agosto del 2008 nell’ambito di un’epurazione interna. Un omicidio tenuto nascosto per anni tanto che, per diverso tempo, tra gli stessi affiliati dei Di Lauro si era diffusa la convinzione che l’agguato fosse stato commesso dagli Scissionisti. Fondamentali si sono rivelate le rivelazioni dei collaboratori di giustizia tra cui Vincenzo Lombardi, un altro ras che aveva avuto contrasti con Talotti:«L’omicidio eli Maisto, per come raccontatomi da Raffaele Musolino, che confermò quello che avevo giù intuito, fu commesso da quattro persone. Spinelli Pasquale andò a prendere Maisto, che usciva du casa sempre armato con il motorino, Antonello Faiello, portato da Gennaro Vizzaccaro era già nascosto nei giardinetti dellu Villa Comunale. Spinelli, si fermò nei pressi della villa comunale fìngendo di dover andare al bagno. Poiché Maisto era cresciuto con Spinelli e si fidava, non ebbe modo di difendersi da Faiello che aspettava dietro il muretto. Costui gli arrivò da dietro e sparò alla nuca del Maisto che morì sul colpo. Spinelli prese da terra le due pistole di Maisto che costui teneva addosso. Sono quindi venuti dietro l’associazione facendo finta dì niente, La gente arrivava dicendo che avevano animavate o Mellone, il sopranome di Maisto Ciro».

Maisto ucciso dal ras dei Di Lauro Antonello Faiello

Un omicidio dunque che ha portato ieri mattina i carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli ad emettere quattro ordinanze di custodia cautelare per lo stesso Talotti, Marco Di Lauro, Pasquale Spinelli e Gennaro Vizzaccaro. Ad eseguire il delitto Maisto il ras Antonello Faiello detto ‘Al Pacino’ che troverà la morte qualche anno dopo per mano della Vanella Grassi, omicidio che sanì l’inizio della Terza Faida. Tutti killer giovanissimi, tutti cresciuti coi figli del padrino: come Ferdinando Emolo che dopo il duplice omicidio Montanino-Salierno fece un’incursione armata alle Case celesti per mandare un ‘messaggio’ ai nemici. Lo stesso Emolo si vantava con i poliziotti asserendo:«Marco Di Lauro m’è frat». Come Ugo De Lucia, figlio di Lucio storico affiliato del clan, balzato nei mesi scorsi all’onore delle cronache per alcuni permessi premio (fonte Stylo24) ma divenuto famoso come killer di Gelsomina Verde, giovane torturata, seviziata e poi data alle fiamme nella sua auto in viale Agrelli, piccola traversina di Corso Secondigliano. Insieme a loro gente del calibro di Antonio MennettaSalvatore TamburrinoEmanuele D’AmbraUmberto La MonicaMario BuonoSalvatore ZimbettiLuigi Magnetti, Gennaro Vizzaccaro, Nunzio Talotti e Antonello Faiello poi ucciso dagli ex alleati della Vanella Grassi.

Killer assoldati durante le partite di calcetto

«Tutto iniziava con le partite di calcetto – ha dichiarato il collaboratore di giustizia Carmine Cerrato nel corso del processo per la morte di Attilio Romanò – prendeva bravi ragazzi, li avvicinava e li persuadeva. Iniziavano a non andare più a lavorare e frequentavano assiduamente Marco Di Lauro. Quest’ultimo iniziava a stipendiarli e a selezionarli in base al coraggio e alla freddezza. Appena vedeva una predisposizione, lo indirizzava verso l’attività di killer» Una versione, quella di Cerrato, confermata anche dallo stesso Capasso che ha raccontato allo stesso modo la sua affiliazione, a sedici anni, e il suo passaggio nel gruppo di fuoco della cosca.

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