Oggi il carcere di Poggioreale porta il suo nome, quello di Giuseppe Salvia, ma in pochi conoscono la sua storia. Dopo la morte di Cutolo, il boss spietato della Nco, molti giornali hanno parlato della sua vita. In pochi hanno però parlato delle storie delle vittime. Giuseppe Salvia è una di queste. Fu ammazzato a 38 anni,  il 14 aprile del 1981 da un commando di sei uomini legati a Cutolo, sulla tangenziale di Napoli, allo svincolo dell’Arenella, mentre tornava a casa. Il motivo? Fece il suo dovere. All’epoca Salvia era il vicedirettore del Carcere di Poggioreale. Effettuò una perquisizione nella cella di Cutolo dopo la sua partecipazione ad un’udienza.

Era il 7 novembre del 1980. Quel giorno Cutolo rientrava da una delle udienze sul processo alla Nuova Camorra Organizzata. Non si aspettava il gesto di Giuseppe Salvia. Per lui era una sorta di sfida. Quel gesto metteva in discussione la sua autorità di boss davanti a tutti. Cutolo ebbe anche un moto di stizza e cercò di dargli uno schiaffo. Giuseppe Salvia, che era vicedirettore del carcere di Poggioreale dal 1973, conosceva i codici non scritti della malavita. Lui che il carcere aveva tentato di renderlo anche più umano, sapeva bene che quella perquisizione poteva costargli cara. Era conscio dello spessore criminale di quel detenuto, ma sentiva forte il dovere di riaffermare il potere dello Stato.
E, infatti, quella perquisizione, sancì la sua condanna a morte.

Al suo funerale arriveranno sessantotto corone di fiori. Le invieranno i detenuti come segno di ringraziamento nei confronti di una persona che anche in una istituzione così violenta come il carcere non aveva perso la sua umanità.

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