Centro commerciale Il Molino, il business tra camorra e Cesaro raccontato da 7 pentiti

I pentiti raccontano come è nato il business del centro commerciale Il Molino

Una delle iniziative imprenditoriali più importanti collegate alla famiglia Cesaro e, in
particolare, ai fratelli Aniello e Raffaele, è senza alcun dubbio quella relativa
all’acquisizione della proprietà immobiliare dell’ex Mulino Improta. La struttura, ubicata alle Colonne di Giugliano, è stata poi trasformata in un centro commerciale, finito tra i beni sotto sequestro nell’ambito dell’operazione condotta dai Ros martedì mattina. Secondo i magistrati i Cesaro avrebbero condotto la speculazione grazie al clan Puca di Sant’Antimo e alla corruzione di dipendenti di alcuni dipendenti dell’ufficio tecnico comunale.

Il boss Pasquale Puca “avrebbe attribuito fittiziamente la titolarità della società Molino Immobiliare s.r.l. dapprima a Di Spirito Emanuele e poi a Cesaro Aniello e Cesaro Raffaele.  Attraverso più trasformazioni societarie ed operazioni di interposizione fittizia, finalizzate ad eludere eventuali provvedimenti ablativi, ha realizzato il centro commerciale Il Molino”, scrivono i magistrati.

Patto tra i Cesaro e il clan Puca per il centro commerciale Il Molino

Dunque un vero e proprio patto imprenditoriale quello tra i Cesaro e il boss Puca, sancito anche dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia (Gaetano Vassallo, Antonio Silvestre, Raffaele Tixon, Giuliano Pirozzi, Perfetto Giuseppe, Puca Ferdinando e Lamino Claudio). Tali ulteriori elementi vanno, poi, ad incrociarsi con i documenti emersi dalle indagini. Gli inquirenti hanno accertato che le opere di realizzazione del centro commerciale Il Molino, sebbene la proprietà dell’area sia stata acquisita sin dal 2003 dai Cesaro, ebbero inizio, a seguito del rilascio delle autorizzazioni da parte dell’ufficio tecnico comunale solo nel 2009 quando, a capo dell’U.T.C., vi era l’ingegnere Cesaro Aniello, cl. 1947, zio dei fratelli Cesaro. Il tecnico si occupò di istruire la pratica che fino ad allora aveva avuto degli intoppi.

La zona in cui ricade Il Molino, infatti, era destinata a Zona Territoriale Omogenea “E- Agricola”, poi ricompresa nella “Zona 5 – Insediamenti produttivi“.

A spiegare come avvenne la speculazione edilizia è il pentito Gaetano Vassallo: “Si individua una struttura, generalmente fatiscente, con volumetria ma senza abitabilità. Quindi si interviene, tramite il clan, per eliminare gli eventuali concorrenti interessati all’acquisto, in tal modo anche abbattendo il costo della proprietà. Infine si interviene a livello comunale per ottenere il cambio di destinazione, licenze, permessi, aumento di volumetria, realizzando in tal modo una struttura completamente diversa e redditizia, mediante abbattimenti e ricostruzione anche mediante lottizzazioni”.

La tecnica della struttura fatiscente: l’affare de Il Molino

Una tecnica, questa, utilizzata pedissequamente anche per l’affare de Il Molino, su cui alcuni esponenti delle forze dell’ordine (soprattutto vigili) hanno taciuto omettendo di segnalare anomalie.

Anche il Mulino Improta, situato alle Colonne di Giugliano, quando è stato acquisito era infatti fatiscente. L’obiettivo era quello di realizzare, tramite abbattimento e ricostruzione, degli appartamenti con un piano negozi. Il pentito del clan Mallardo Giuliano Pirozzi racconta che anche la cosca di Giugliano era a conoscenza dell’affare ma non vi parteciparono direttamente: “I Mallardo erano solo interessati ad ottenere la quota a titolo di tangente, invece Puca era direttamente interessato alla speculazione insieme al Cesaro. Sui lavori si paga sempre la tangente ai clan, anche se l’operazione interessa direttamente un altro camorrista. In questi casi c ‘è accordo tra “uomini d ‘onore” e non estorsione in senso tecnico”, spiega Pirozzi.

Un altro pentito, Raffaele Tixon, ex esponente del clan Verde, ha dichiarato che la sua organizzazione aveva ricevuto tangenti sulla costruzione del centro commerciale.”Su tutti i lavori edili era dovuta l ‘estorsione, anche se i lavori erano appaltati da Puca Pasquale. Tuttavia in casi come questi la quota estorsiva ci veniva direttamente consegnata da esponenti del clan Puca, e non andavamo noi direttamente a chiedere l ‘estorsione sul cantiere. Questo sia quando i lavori erano dei Puca che quando erano dei Cesaro”. Tixon racconta che i Puca chiesero di ridurre il racket ma arrivò la risposta negativa. “I Verde non solo non intendevano diminuire la quota estorsiva, ma dissero che volevano aprire dei negozi all’interno del Centro commerciale il Mulino da intestare al loro prestanome di fiducia”.

Le dichiarazioni più recenti di Claudio Lamino

Sono del collaboratore Claudio Lamino, nel corso dell’interrogatorio del 12 giugno 2017, le dichiarazioni più recenti sull’affare Molino. “Da quello che so io il centro commerciale Il Molino nasce a seguito di un fallimento dell’ex molino Improta. Intorno al 2002/2003 Pasquale Puca, attraverso la ditta di Emanuele Di Spirito, si aggiudicò all’asta fallimentare il terreno e la proprietà in questione. Puca comprò il bene all’asta in quanto voleva realizzare un’ingente speculazione edilizia. Ebbe più volte confronti con altri imprenditori, tra cui qualcuno di Giugliano, al fine di realizzare o parchi residenziali o comunque una serie di immobili ad uso commerciale.

Dopo vari tentativi, andati a vuoto, Puca decise di proporre ai fratelli Cesaro Aniello e Raffaele. di comprare l’immobile con il Patto che gli una quota nell’affare. Tale quota ammontava al 33% del’investimento. Successivamente decisero di realizzare un centro commerciale. Nel progetto era prevista la realizzazione anche di alcuni locali commerciali che sarebbero stati venduti a terzi”.

Le somme versate e i primi screzi tra i Puca e i Cesaro

Secondo Lamino “i Puca avrebbero versato ai Cesaro una somma di circa 7/8 milioni di euro. Somma a cui va aggiunta la quota del 33% sull’acquisto iniziale del Molino. Ricordo però che poco prima che gli fosse applicato il 41 bis ma già detenuto, Puca Pasquale disse in un colloquio a suo figlio Puca Lorenzo di chiedere ai fratelli Cesaro di poter ottenere la restituzione. Almeno della quota capitale che fino a quel momento lui stesso aveva cacciato”.

Inizialmente furono restituiti 400mila euro. Ma quando i Cesaro iniziarono a non pagare più, giustificandosi con un periodo di crisi economica, nacquero i primi screzi con i Puca. “Ricordo che nel 2010 Aniello e Raffaele cominciarono a non versare più le somme di denaro ai Puca. Lorenzo Puca decise allora di far intervenire Antimo Cesaro per non rompere definitivamente con la famiglia e perdere tutti i soldi investiti nel Molino e non solo. Nel frangente Cesaro Antimo decise che i suoi fratelli avrebbero versato 10 mila euro al mese”. 

Il raid prima dell’inaugurazione del centro commerciale

Sempre Lamino racconta che pochi giorni prima dell’inaugurazione del centro commerciale ci fu un raid. Luigi Puca, figlio di Pasquale, “seppero che i Cesaro avevano affidato il ristorante ed il bar ad altri”. Così decise di fare irruzione all’interno del centro commerciale. “Con una moto e travisati con il casco minacciarono Aniello e Raffaele Cesaro poi andarono via”.

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