Trema la camorra di Marano, si pente il boss Giuseppe Simioli
Trema la camorra di Marano, si pente il boss Giuseppe Simioli

Trema la camorra di Marano, si sarebbe pentito il boss di Marano Giuseppe Simioli. La notizia è stata riportata stamattina in anteprima da Cronache di Napoli in un articolo a firma di Achille Talarico (leggi qui l’articolo completo). 

Simioli ha nominato infatti un avvocato che ritualmente difende i collaboratori di giustizia, sarebbe questa la prima mossa che dimostrerebbe il passaggio da parte del boss nelle braccia dello Stato. L’indiscrezione di un pentimento eccellente nella camorra maranese girava già da tempo.

Chi è Giuseppe Simioli

Giuseppe Simioli, indiscusso ras del clan Polverino, fu arrestato il 27 luglio del 2017. Era tra i cento latitanti più pericolosi e si nascondeva a Ronciglione, in provincia di Viterbo. . Fatale per il latitante uno spostamento, Simioli infatti è stato catturato dopo essere uscito da un’abitazione nell’Agro Romano per raggiungere un nuovo rifugio. Latitante dal maggio 2011, era destinatario di 4 ordini di cattura. L’operazione era proseguita con la perquisizione di una villa di Campagnano di Roma, dove si nascondeva, per appurare la responsabilità di eventuali fiancheggiatori. Simioli da anni conduceva una doppia vita, mantenendo una moglie e un figlio a Marano di Napoli e una relazione con una donna ispano-brasiliana dalla quale ha avuto due figli.

Il racconto dei pentiti

Come raccontano i pentiti, durante il suo periodo di fuga tra Napoli e il Lazio, dovette versare 3.500 euro di affitto al mese, più una lunga serie di bonus per “prestazioni extra” che talvolta arrivavano a schizzare fino a quota 20mila euro. E’ il retroscena che emerge sui costi della latitanza dei ras dei Polverino-Nuvoletta. La compagna dell’ex ras di Marano racconta che «Peppe Simioli corrispondeva 1.500 euro al mese sl suo vivandiere. Inoltre sporadicamente gli consegnava somme variabili tra i 3 e 4mila euro per spese extra. Il fitto della casa  era di 3.500 euro al mese, era corrisposto nella mani di Viglietta stesso, il quale spesso e volentieri, quasi a mo’ di minaccia, millantava amicizie influenti tra le forze dell’ordine, magari nel tentativo di indurre Peppe ad assecondare le sue richieste».

I processi

Il 54enne, meglio conosciuto come ‘o petruocelo, avrebbe dunque scelto di iniziare una collaborazione che per molti è giunta inaspettata. L’uomo è imputato in Corte d’Assise d’Appello insieme al boss Giuseppe Polverino ‘o barone per l’omicidio di Giuseppe Candela: in primo grado avevano rimediato entrambi l’ergastolo.

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