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giovedì, Dicembre 9, 2021
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“L’ho uccisa perché l’amavo. Falso!”. Perché il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Troppe le donne uccise, troppe le richieste di aiuto non adeguatamente e tempestivamente raccolte. Una vergogna della nostra civiltà”: nelle parole di Marta Cartabia – Ministra della Giustizia – c’è la presa d’atto di un sistema che non sta funzionando.

Ogni anno, a ridosso del 25 novembre – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne – si tirano le somme, si pubblicano dati e si resta stupiti. Ogni anno, il 25 novembre, si prende consapevolezza e ci si indigna di un problema, reale e gravissimo, che affligge le donne quotidianamente. Ma che sembra assumere rilevanza solo in questa giornata.

I dati del 2021 riguardo la violenza sulle donne

Sono 109 le donne morte dall’inizio dell’anno, l’8% in più rispetto all’anno scorso (63 per mano del partner). Sono 89 al giorno le donne vittime di reati di genere in Italia, e nel 62% dei casi si tratta di maltrattamenti in famiglia. Dati, numeri che restituiscono solo in parte l’enorme complessità della tematica della violenza di genere.

Riconoscere la violenza di genere

Con violenza di genere, infatti, si intende: “Ogni atto di violenza fondato sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata”. Un tipo di violenza complessa, a volte sottile come una pretesa, altre pesante come un pugno, ma sempre e comunque dolorosa. Un tema composto di una quantità di sfaccettature tale da rendere difficile una categorizzazione precisa e, di conseguenza, il riconoscimento della violenza stessa. Per questo motivo è necessario approfondire e divulgare l’argomento, perché, mai come in questo caso, la conoscenza può significare salvezza.

L’importanza delle testimonianze delle donne vittime di violenza

Da qui, anche la fondamentale importanza del raccontare, del denunciare e del parlarne. Sono, purtroppo, numerosissime le testimonianze di donne che sono state vittime dei più disparati tipi di violenza. E, altrettanto tristemente numerosi, sono i racconti e gli articoli che, quasi quotidianamente, si leggono sulle uccisioni. A tal proposito, la nota piattaforma di streaming Netflix ha pubblicato su YouTube una serie di interviste di gruppo (moderate da Michela Murgia), dal titolo “Parliamone“, il cui scopo è proprio quello di affrontare le diverse tematiche della violenza e della disparità di genere.

Raccontare nel modo giusto: il valore delle parole

Al racconto, in realtà, è collegata un’ulteriore forma di violenza. Troppe volte si è letto sui giornali titoli come: “Uccide la moglie in un raptus di gelosia“, “Pazzo di rabbia, spara alla fidanzata che voleva lasciarlo“, “Lo tradiva: perde la testa e le dà fuoco“. Parole che arrecano un’ultima offesa alle vittime, privandole del ruolo che rivestono nella vicenda: quello, appunto, di vittime. Difatti, giustificare l’assassino, in qualche modo assolverlo, va di pari passo con la colpevolizzazione della vittima, in un raccapricciante scambio di ruoli altrettanto violento.

Il comportamento violento dell’uomo raramente viene raccontato come un’azione soggettiva messa in atto per reale volontà. Ma è presentato piuttosto come re-azione istintuale a un’altra azione – quella sì pienamente soggettiva – compiuta dalla donna prima di essere uccisa“. Questo si legge nel libro “L’ho uccisa perché l’amavo – Falso!” di Michela Murgia e Loredana Lippi. Il testo focalizza l’attenzione proprio su questa subdola forma di narrazione, che tende ad attribuire connotati romantici alla violenza, condannandola.

Educare ed informare sull’argomento della violenza sulle donne

La strada verso la giustizia è ancora lunga, lunghissima. Difatti, secondo una ricerca demoscopica realizzata da AstraRicerche, un italiano su quattro pensa che non si possa davvero considerare una forma di violenza quella sulle donne.

Tuttavia, un barlume di speranza, forse, c’è. L’accessibilità a potenti mezzi di divulgazione, quali i social, ha portato ad una crescente presa di coscienza (prevalentemente da parte delle donne). Sono moltissimi i canali che si interessano di educare e informare sull’argomento, insegnando a riconoscere la violenza e a non tollerarla in alcun modo.

I contatti antiviolenza

Se sei vittima di violenza, o se ne hai anche solo il sospetto, non esitare: chiama il numero antiviolenza 1522. Oppure rivolgiti a Pangea Onlus.

 

 

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