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Racket a Casavatore, ancora latitante Vincenzo Pagano. Il pentito: ”Prese a schiaffi la nipote”

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Un personaggio di assoluto spessore criminale che però non ha mai avuto ruoli direttivi del suo clan nonostante quel cognome ‘pesante’. Vincenzo Pagano, fratello di Cesare, conosciuto negli ambienti criminali come ‘sce sce’ è latitante da tre giorni dopo che essersi reso irreperibile si carabinieri della compagnia di Casoria che dovevano notificargli un’ordinanza di custodia cautelare per estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Il suo profilo e alcuni particolari sul suo carattere sono emersi dai verbali di Salvatore Roselli ‘Frizione’, ex reggente degli Amato-Pagano: “Durante una riunione parlammo della riorganizzazione del clan, ipotizzando che Vincenzo Pagano potesse fare il capo, in quanto portava comunque il cognome della famiglia… Dopo solo una settimana Vincenzo si tirò indietro. In realtà io non credevo molto a questa storia della lettera inviata a Bisio (Claudio Cristiano) dal 41 bis, lui ce ne parlò ma non l’ho mai vista”.

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Racket a Casavatore, ancora latitante Vincenzo Pagano. Il pentito: ”Prese a schiaffi la nipote”

Pagano, secondo Frizione, non voleva ‘responsabilità’ nel clan anche se, al momento opportuno, sapeva far valere il proprio ‘peso criminale’. Accadde quando schiaffeggiò sua nipote Deborah Amato che voleva far entrare il compagno nel clan: “Che io sappia il nuovo compagno stava fuori dal clan, anche se ricordo che, dopo l’arresto di Pagano Rosaria, Amato Deborah voleva farlo entrare nel clan, ma intervenne Pagano Vincenzo, detto ‘sce sce’, che si oppose e prese anche a schiaffi la nipote”.

Tornando all’operazione di due giorni fa le misure cautelari sono state eseguite dai carabinieri della compagnia di Casoria oltre che nei confronti di Pagano contro Lino Caiazza, 42 anni ed Elpidio Patricelli, 35 anni, detto o’ gemello. I tre sono accusati, a vario titolo, di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di due fratelli imprenditori di Casavatore.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le richieste estorsive sarebbero iniziate già nei primi mesi dell’anno. Gli imprenditori sarebbero stati avvicinati più volte e invitati a versare denaro destinato, secondo gli indagati, alle “famiglie dei carcerati”. Dopo una serie di rifiuti da parte dei due la tensione sarebbe salita fino a raggiungere il suo zenit quando il ras Caiazza, attraverso una videochiamata, avrebbe imposto ai due di consegnare le chiavi della loro auto, un’Audi RS3 a Patricelli. Una richiesta accompagnata poi dall’intervento diretto di ‘sce sce’ che avrebbe avvicinato i due minacciandoli: «Adesso vieni con me, ci hai fatto un bocchino, tu devi dare la macchina a questi qua» colpendo una delle due vittime prima con uno schiaffo e poi sputandogli in faccia continuando con le sue minacce: «Mi devi dare la macchina uomo di merda, la storia non finisce qua». Gli investigatori hanno quindi convocato i due fratelli in caserma.

Dopo un iniziale atteggiamento di forte prudenza e timore, gli imprenditori hanno deciso di raccontare quanto stavano subendo da mesi, confermando le richieste estorsive e le continue intimidazioni ricevute. Le dichiarazioni delle vittime, unite alle attività investigative svolte dai militari, hanno consentito alla Direzione Distrettuale Antimafia di ricostruire il presunto sistema di pressioni esercitato nei confronti dei due commercianti.

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