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Rapirono il figlio dell’imprenditore a San Giorgio a Cremano, la confessione: “Motivi economici dietro il sequestro”

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Una lunga confessione scritta, piena di dettagli e segnata da parole di pentimento. Dopo mesi di carcere Giovanni Franco ha deciso di rompere il silenzio e ammettere il proprio ruolo nel sequestro del figlio dell’imprenditore Giuseppe Maddaluno, rapito la mattina dell’8 aprile 2025 a San Giorgio a Cremano.

Franco era uno dei tre componenti del commando insieme al cugino Renato Franco e al brasiliano naturalizzato tedesco Antonio Amaral Pacheco De Oliveira. A differenza di Amaral, però, il 25enne non ha avviato un percorso di collaborazione con la giustizia. Solo pochi giorni fa, all’avvio del processo che vede i tre imputati alla sbarra, ha depositato un lungo manoscritto con cui ha deciso di raccontare la propria versione dei fatti.

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Fin dalle prime righe il giovane ammette il proprio pentimento: «Mi dispiace per non aver detto da subito tutta la verità. Soltanto ora, purtroppo, ho trovato la forza. Ammetto che io, mio cugino e Amaral abbiamo compiuto questo gesto assurdo e spregevole».

Il movente economico

Nel suo racconto Giovanni Franco spiega di essere stato spinto soprattutto da motivazioni economiche. Tornato a Napoli dopo un lungo periodo trascorso fuori regione, si sarebbe ritrovato senza lavoro.

«Appena mi licenziai – scrive – mio cugino lo venne a sapere e a inizio marzo mi propose di lavorare con lui pagandomi a fine giornata».

All’inizio si sarebbe trattato, secondo la sua versione, di attività legate alla gestione di fatturazioni per alcune società. Solo in seguito il 25enne avrebbe capito che in realtà si trattava di consegne di denaro. Per quel lavoro, racconta, riceveva circa 100 euro al giorno.

“Quando mi disse del sequestro pensai fosse pazzo”.

Il momento decisivo sarebbe arrivato il giorno prima del rapimento. «Renato mi chiamò dicendomi di raggiungerlo nel suo ufficio – scrive Franco – e lì mi disse di aver deciso di sequestrare il figlio di Maddaluno. Rimasi sbalordito e gli risposi: “Ma sei pazzo?”».

Il cugino, però, lo avrebbe rassicurato sostenendo che si sarebbe trattato di un’azione veloce e che avrebbe guadagnato “qualche soldo”.

Le tensioni durante il rapimento

Secondo la confessione, le tensioni all’interno del gruppo sarebbero esplose già durante le prime fasi del sequestro.

«Iniziai a discutere con Renato – racconta – ma mi fermò dicendo che non era il momento di tirarsi indietro, che c’era ancora il furgone da rimettere nel garage da cui lo aveva preso Amaral quella mattina».

Dopo aver contattato il padre del ragazzo, i tre avrebbero iniziato a spostarsi tra Napoli e San Giorgio a Cremano per controllare che tutto fosse sotto controllo.

La minaccia di denunciare tutti

Nel manoscritto Franco racconta anche il momento in cui avrebbe deciso di opporsi al piano.

«Mi sono innervosito pensando a cosa stesse passando quel ragazzo in quel momento, essendo io cresciuto lontano da mio padre. Ho inveito contro Renato dicendogli che se non liberavano subito il ragazzo sarei andato dalla polizia a denunciarci tutti».

Secondo il suo racconto, proprio dopo questa nuova discussione il gruppo avrebbe deciso di liberare il ragazzino.

Il tentativo di tornare alla vita di prima

Il giorno successivo Franco avrebbe provato a lasciarsi tutto alle spalle. «Non volevo più sapere nulla di questa storia. La mattina dopo contattai subito il mio vecchio titolare supplicandolo di riprendermi a lavorare, anche lontano dalla mia famiglia, pur di dimenticare quell’incubo».

Il movente della vendetta

Secondo gli inquirenti, però, dietro il sequestro non ci sarebbe stato solo un movente economico ma anche uno spirito di vendetta nei confronti dell’imprenditore Pino Maddaluno.

Renato Franco gli avrebbe infatti chiesto di entrare come socio nelle sue attività ricevendo un rifiuto. Il 28enne, ritenuto vicino al Clan Formicola e al gruppo Clan Attanasio, conosceva la disponibilità economica dell’imprenditore e avrebbe deciso di colpirlo nel modo più duro: sequestrando il figlio per chiedere un riscatto di un milione e mezzo di euro, mai pagato.

Le indagini hanno inoltre documentato un tentativo dell’organizzatore del sequestro di indurre al silenzio Amaral, consegnando denaro alla compagna e pagando la sua assistenza legale.

Il processo proseguirà nei prossimi giorni. Toccherà ora al collegio difensivo – gli avvocati Rocco Maria Spina, Leopoldo Perone, Antonio Santoro e Fulvio Fiorillo – tentare di scardinare un quadro accusatorio che, per gli investigatori, appare ormai consolidato.

Per Giovanni Franco, però, la confessione potrebbe rappresentare un primo passo per ottenere una pena più lieve. Finora, tra i tre imputati, solo Renato Franco non ha mai confessato né rilasciato dichiarazioni.

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Redazione Internapoli
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