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DELITTO AL MY TOY, ASSOLTO PIETRO LICCIARDI

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GIUGLIANO – Rimane senza colpevoli l’omicidio di Ferdinando Liguori, il ragazzo incensurato ucciso il 5 marzo 2000 al termine del folle inseguimento scattato dopo una rissa scoppiata all’interno e poi all’esterno della discoteca My Toy di Giugliano. I giudici della quarta Corte di Assise (presidente Giustino Gatti) hanno assolto l’unico imputato, Pietro Licciardi, figlio poco più che ventenne di Gennaro Licciardi, il capo della camorra di Secondigliano morto otto anni fa nel carcere di Voghera. Il verdetto, emesso con la formula dubitativa, accoglie le tesi degli avvocati Edoardo Cardillo e Paolo Trofino. Il processo è stato caratterizzato da un iter estremamente complesso, che ha spinto il rappresentante dell’accusa, il pm Filippo Beatrice, a parlare nella sua requisitoria di «contesto omertoso forte ed evidente».
Il delitto fu commesso nella zona della Circumvallazione esterna di Casoria, durante la notte. Liguori stava tornando a casa dalla discoteca My Toy di Giugliano, dove poco prima si era verificata una violenta rissa, pare per un complimento di troppo rivolto a una ragazza. Secondo le testimonianze, l’auto della vittima era stata inseguita e poi affiancata da un’altra vettura, una Smart, seguita da una Punto grigia. A sparare fu il passeggero della Smart, dalla Punto partirono grida d’esultanza. Nella fase delle indagini il pm interrogò numerosi testimoni, tutti a loro volta indagati anche per la rissa: i quattro che si trovavano in auto assieme a Liguori, che riferirono di aver visto sparare il passeggero della Smart; e i cinque ragazzi che si trovavano su un’altra auto, una Mercedes, i quali dissero di aver visto, a bordo di una Smart che si era avvicinata alla loro vettura, Piero Licciardi, riconosciuto anche in fotografia, armato di pistola.
I passeggeri della Mercedes riferirono inoltre al pm di aver sentito gridare dalla Smart «Non sono loro, non sono loro». Su queste basi, fu chiesta e ottenuta un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Licciardi, che nel frattempo si era reso irreperibile e verrà successivamente rinviato a giudizio.
Nel fascicolo del dibattimento però è entrata solo una minima parte degli indizi raccolti durante le indagini. Dopo l’entrata in vigore della riforma del Giusto processo, infatti, il pm ha dovuto riconvocare con le nuove garanzie tutti i testi-indagati i quali, contrariamente alla prima volta, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere ad eccezione di due dei quattro ragazzi che si trovavano in auto con la vittima. La scena si è ripetuta in aula, con l’unica eccezione di una ragazza che però ha ritrattato le prime dichiarazioni e nei cui confronti si procede ora per falsa testimonianza.
Al termine della requisitoria, il pubblico ministero aveva chiesto nei confronti di Licciardi la condanna a ventuno anni di reclusione, escludendo a carico dell’imputato le aggravanti del motivo abietto e della finalità mafiosa del gesto. La sentenza è stata emessa dopo una camera di consiglio durata all’incirca un’ora. Alla notizia dell’assoluzione la madre della vittima, costituitasi anhce parte civile nel processo, è stata colta da malore. Dalla procura nessun commento ma appare scontato il ricorso in appello contro l’assoluzione. Licciardi, fino a ieri latitante, non ha da questo momento più bisogno di nascondersi. DARIO DEL PORTO


IL DOLORE DELLA MAMMA: È UNA VERGOGNA, CHI AVEVA VISTO TUTTO HA TACIUTO
«Accuso gli amici di Ferdinando, lo hanno tradito»

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C’è rabbia, dolore e stupore nelle parole di Giuseppina Gallo, la madre di Ferdinando Liguori, il 22enne ucciso il 5 marzo del 2000 dopo una rissa scoppiata all’interno della discoteca My Toy di Giugliano. La donna è nel suo appartamento di via Ex Tranvie a Casavatore, ha appena appreso che il presunto omicida del figlio, Pietro Licciardi, nipote del boss Gennaro Licciardi, è stato assolto. «È una vergogna», urla trattenendo le lacrime. «Mio figlio è stato ucciso a sangue freddo, tutti sanno chi è stato, ma l’assassino è libero di andarsene in giro tranquillamente. È una vergogna, è uno schifo. In questo paese non esiste giustizia, la legge non è uguale per tutti. Qui conta solo la legge del più forte».
«Mio figlio era un bravo ragazzo – racconta – non meritava di fare quella fine. Non è giusto che chi l’ha ucciso a sangue freddo sia libero di andarsene in giro. È come se l’avessero ucciso di nuovo”, ripete prima di abbandonarsi a un pianto disperato.
Giuseppina non poteva immaginare che finisse così. «Credevo che esistesse una giustizia e che questa valesse anche per i figli e i nipoti dei boss, ma non è così».
Poi se la prende con i ragazzi che erano con suo figlio e che «hanno ritrattato le dichiarazioni rese in Questura». «Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Non so perché abbiano deciso di tacere, probabilmente per paura delle conseguenze – dice Giuseppina Gallo – Però, così facendo, hanno permesso che l’assassino di mio figlio la facesse franca. Dicevano di essere amici di Ferdinando, ma se lo fossero stati veramente avrebbero fatto di tutto per far finire dietro le sbarre per tutta la vita l’assassino. Mi auguro di non incontrarli mai più».
Al dolore si aggiunge il disprezzo per coloro che avrebbero «tradito» la memeria del figlio. «Sono privi di coscienza, Ferdinando è stato ucciso dananzi ai loro occhi, senza un perché, e loro hanno aiutato l’assassino ad essere assolto. Ringrazio solo il pm Beatrice, che ci è stato vicino e si è battuto per darci giustizia».


ANTONIO POZIELLO – Il Mattino 12 ottobre 2002

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