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martedì, Luglio 5, 2022
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Baby gang, camorra, lotta al racket: intervista al Primo Dirigente Giovanni Bruno Mandato


Gli arresti dei componenti delle cosiddette baby gang, l’evoluzione dei fenomeni criminali sul territorio, l’auspicio della nascita sul territorio di un’associazione antiracket. In quest’intervista esclusiva ad InterNapoli.it, il primo dirigente del Commissariato di Scampia Giovanni Bruno Mandato ha disegnato una parabola a 360 gradi del territorio della periferia a Nord di Napoli di competenza dell’Ufficio che dirige.

Dottor Mandato, partiamo dalla stretta attualità. Lei ha seguito e risolto con la Sua squadra investigativa prima il caso del pestaggio del 15enne Gaetano alla metro di Chiaiano e poi quello della guardia giurata Francesco Della Corte, aggredita mortalmente alla metro di Scampia ha sconvolto tutti. In entrambi i casi ad agire le cosiddette baby gang

«Sono due casi gravissimi. Gaetano non è morto ma poteva morire perché il ragazzo aveva avuto la rottura della milza. Se lo zio non se ne fosse accorto probabilmente l’avrebbero trovato la mattina dopo nel letto senza vita. Quanto successo a Francesco Della Corte, lascia invece l’amaro in bocca a prescindere del successo investigativo. Purtroppo se ne è andato un padre di famiglia esemplare. Facendo le indagini ho avuto l’onore di conoscere i suoi familiari, persone davvero per bene»

Ma in quest’area c’è un’emergenza baby gang? Le statistiche lo confermano?

«Sono 28 anni che faccio questo mestiere ed il fenomeno delle baby gang in fondo è sempre esistito. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a questi episodi, ma in parte sarebbero anche delle coincidenze. Sicuramente c’è una componente emulativa riguardanti questi gruppi di nuova generazione e quindi stiamo tamponando tali episodi, di una pericolosità estrema. Ci sono tante bande di giovanissimi che realmente la sera escono non per divertirsi andando ad un pub ma per cercare lo scontro».

Con la vostra attività di prevenzione e repressione state sopperendo anche alla mancanza di politiche sociali e di inclusione dei giovani?

 «Lo Stato c’è. Sarebbe da stupidi dare sempre la colpa alla presunta assenza delle istituzioni. Come già ho avuto modo di dire in altre interviste, abbiamo a Napoli un sindaco e un apparato comunale sempre presenti sul territorio. L’ho constatato anche proprio in occasione della tragedia di Della Corte. Ci sono delle politiche sociali riconducibili al Comune di Napoli che funzionano. Purtroppo però non si possono fare miracoli: dalla sera alla mattina non si cambiano le cose. Ci sono voluti vent’anni per avere una Scampia diversa. Nessuno ha la bacchetta magica, è anche un problema di retaggio culturale. Non si può pretendere che all’improvviso questo quartiere diventi la Svizzera. Mi auguro lo diventi ma attualmente c’è ancora un alto tasso di criminalità, qui come in altre zone del napoletano. Perché succede questo? Sarebbe facile pensare che la scuola non faccia la sua parte ma non è così. Tanti presidi di questo ci credono e lo dico perché vengo invitato alle iniziative volte alla legalità, a cortei».

E le famiglie?

 «Dalle indagini fatte sino ad ora sicuramente abbiamo notato come alcuni protagonisti di certe condotte provengano da famiglie disagiate, che forse potevano essere più attente alla vita che conducevano i propri figli. Ma non succede solo a Scampia, ma anche nei quartieri bene di Napoli. Se un genitore non sta attento a chi frequenta il proprio figlio, sicuramente la famiglia ha una responsabilità». 

Dunque per i quartieri della periferia Nord di Napoli parlare di emergenza è sbagliato? La percentuale è in linea con altri quartieri della città?

 «Se vogliamo fare una statistica, per quanto contino, la percentuale è anche più bassa che in altri quartieri di Napoli. In fondo ne abbiamo registrato due in 6 mesi, a Chiaiano e Piscinola, con protagonisti i giovanissimi».

Proprio alla metro di Piscinola sono tornati i presidi fissi dell’esercito, che supportano il controllo del territorio da parte del Commissariato che Lei dirige. In questo momento bisognava dare una risposta di questo tipo?

 «L’esercito stazione in quei i punti giudicati sensibili sgravando le attività ordinarie della Polizia per il controllo del territorio. Non è che l’arrivo dell’esercito presupponga una sconfitta dello Stato, di un quartiere a rischio o in guerra».

Dopo quanto successo, avete chiesto mezzi maggiori o, da profondi conoscitori del territorio, riuscite comunque a gestire affidandosi su attività di intelligence come per l’arresto dei tre aggressori di Della Corte?

 «Io, e lo dico con onestà intellettuale, non avrei dormito più se non avessi dato giustizia alla famiglia di Della Corte o a quella di Gaetano. Questa è una questione riguardante il mio, il nostro essere servitore dello Stato e della società civile. L’attività di intelligence messa in campo sicuramente non riporterà indietro Della Corte ma almeno ha dato risposte ai familiari individuando i responsabili».

Proprio sull’arresto dei tre adolescenti ritenuti responsabili della morte dell’agente, può darci qualche dettaglio in più?

«Ci siamo basati nel sui fotogrammi delle telecamere di videosorveglianza poste all’esterno della metro partendo anche dal presupposto che i responsabili fossero criminali del posto e non di transito. Poi ci sono state delle tecniche investigative di cui non si può parlare perché fanno parte di segreto istruttorio. Infine c’è stata la confessione dei tre; due parlano di rapina ed uno no. Il leader del gruppo (C.U,17 anni ndr.) non parla di rapina e forse sarebbe ancora più grave se fosse una condotta finalizzata a fare danni ad una persona. Le indagini sono ancora in corso, resta da capire perché il leader è in disaccordo con gli altri due. Ma tutti e tre sono responsabili per quanto successo, sebbene lo stesso leader non avrebbe colpito alla testa Della Corte. Ma, partecipando alla fase ideativa, si sposa comunque quel disegno criminoso ed è indifferente se poi viene trascinato nella fase esecutiva. La responsabilità è condivisa con gli altri».

Il Questore ha annunciato il progetto “Mille occhi sulla città’’ in occasione della conferenza stampa in cui si annunciò l’arresto dei tre minorenni accusati per la morte di Della Corte

«E ciò va ad aggiungersi proprio all’attività di intelligence a cui facevo riferimento. Il Questore di Napoli ha potenziato i controlli delle aree a rischio, come le metropolitante e i luoghi di ritrovo del sabato sera. Esiste un modulo operativo che c’aiuta ad evitare il verificarsi di nuovo casi del genere. L’intelligence serve ed è portata avanti da investigatori esperti come la squadra presente al Commissariato di Scampia. Ci sono poliziotti abituati a fronteggiare la criminalità organizzata con metodi sofisticati, al di là anche di una componente di fortuna. Siamo preparati a dare risposte rapide alle emergenze che possono verificarsi sul territorio».

Cambiando argomento: di recente il Commissariato di Scampia ha effettuato diversi arresti per spaccio di stupefacenti. C’è un ritorno delle piazze di spaccio di vecchia memoria o sono episodi circoscritti?

 «Quelle di vecchia memoria non torneranno più. Dico questo perché prima c’era un territorio condiviso da un numero forte di organizzazioni camorristiche che oggi non ci sono più. Oggi, non essendoci una vera e propria rete di spaccio, possono esserci fenomeni sporadici come dimostrano gli ultimi arresti. Chiaramente la compravendita di droga è sempre un business per la criminalità I quantitativi e la vendita di droga e soprattutto l’articolazione non sono più quelli di una volta. Prima assistevamo ad un via vai di tossicodipendenti provenienti anche dalla provincia con l’autostop e che morivano con i “provini’’ di stupefacenti perché la camorra a volte introduceva droga tagliata male e la dava al consumatore per vedere se reggeva a quel prodotto. Se il consumatore moriva, allora non la si immetteva sul mercato. In passato moltissimi morivano per overdose con questi cosiddetti “provini’’».

Oggi invece?

 «Ci sono persone, anche in numero ridotto, facenti parte di uno o al massimo due organizzazioni che si cimentano a vendere droga al dettaglio ma in maniera non organizzata in maniera capillare. Non ci sono più le barriere, i cancelli con le vedette che avvisavano dell’arrivo della polizia e le file di tossicodipendenti. Per noi forze dell’ordine è più facile ora contrastare lo spaccio, anche perché l’abbiamo fatto in periodi più complicati. Certo, anche qui ci vorrà del tempo affinchè la droga non si venda mai più a Scampia ma siamo sulla strada giusta. Oggi abbiamo organizzazioni camorristiche di seconda o terza generazione con capoclan di 20 anni; l’età si è notevolmente abbassata e al vertice ci sono molto spesso figli o nipoti di vecchi capoclan, personalità particolarmente carismatiche e sanguinarie. L’immaturità criminale di questi soggetti è pericolosa perché si possono alterare facilmente degli equilibri criminali e ci possono essere scontri armati che non hanno logiche criminali. E questo lo stiamo vedendo ad esempio a Miano».

Ecco, proprio Miano appare la zona più “calda’’   dove un gruppo derivante dai vecchi Lo Russo e altri con sede a Chiaiano continuano a fronteggiarsi e con due duplici omicidi

 «In quel quartiere abbiamo un’organizzazione ridotta di soggetti giovani capaci di dimostrare la loro pericolosità, con alcuni omicidi negli ultimi mesi. Riguarda sicuramente una costola dei Nappello, eliminato poi da noi e dall’Arma dei carabinieri in poche battute, che prendeva una parte di eredità del clan Lo Russo. Adesso assistiamo ad una nuova organizzazione che sostituisce quella dei Nappello dopo averne fatto parte. È attiva nei quartieri di Miano e Piscinola e si fronteggia non in maniera cruenta con l’altra organizzazione, gli Stabile-Ferraro di Chiaiano».

 È vero che proprio a Miano c’è in particolare un pentito che starebbe vuotando il sacco dando utili indizi investigativi?

 «C’è il segreto istruttorio e dunque a questa domanda non posso rispondere».

Il recente duplice omicidio di via Ianfolla, con la morte di Antonio Mele e Biagio Palumbo, come lo si deve inquadrare?

 «Quando ci sono fatti del genere ci possono essere due risposte: o c’è uno scontro con un’altra organizzazione o c’è un’epurazione interna alla stessa organizzazione. Sicuramente il fatto si inquadra in una delle due evenienze. D’altra parte, anche chi non si allinea dal capo di un’organizzazione rischia di essere ammazzato. Ma questo avviene da sempre. Ricordiamo che quando erano predominanti i Di Lauro, ci sono state delle morti che non erano sintomatiche di scontri con altre organizzazioni».

Sempre per ciò che concerne Miano, esiste nel quartiere della Masseria Cardone lo storico gruppo dei Licciardi che, secondo alcune cronache giornalistiche, avrebbero mostrato velleità di impadronirsi del territorio un tempo in mano ai Lo Russo

 «Quando parliamo dei Licciardi, parliamo dei nipoti, dei ragazzini, discendenti dei più vecchi. Tale clan attualmente non ha una grossa potenza militare. Da quando io ho iniziato a lavorare nella zona di Secondigliano, quest’organizzazione è sempre rimasta prevalentemente nell’ambito della Masseria Cardone, suo quartiere di residenza, portando avanti i traffici illeciti. Non ha mai o quasi mai sconfinato e difficilmente è andato in guerra se non per qualche episodio riguardante i propri familiari come la morte de “O Principino’’ (alias Vincenzo Esposito, cognato di Gennaro Licciardi “a scigna’’ ucciso nel 1997 nel corso di una breve faida scoppiata con il clan Prestieri del rione Monterosa alleato dei Di Lauro ndr.). Al momento i Licciardi non hanno un numero di affiliati sufficiente per puntare a cose del genere. Il clan non l’ha tentato neanche quando erano liberi i vari componenti a capo di quell’organizzazione».  

 

Ed invece proprio il vecchio clan Di Lauro, sta riacquistando potere?

 «Di quel clan è rimasta solo la ricchezza che consente, probabilmente, anche di portare avanti una latitanza. È impensabile non pensare una ricchezza, accumulata anche all’estero, capace di far campare di rendita chi vi era affiliato. Difficile pensare ora ad un loro riorganizzazione.  Tra l’altro ci sono vecchi rancori, vecchie storie che hanno determinato vecchie guerre che non consentirebbero neanche di accaparrarsi il territorio perché questo presupporrebbe avere un numero alto di affiliati e scendere in guerra con altre organizzazioni. Assisteremmo alla quarta faida di Scampia con un gruppo che ora ha tanti problemi di latitanza e non solo. Certo, i giochi sono in continua evoluzione e quanto vale oggi può non valere domani proprio in virtù del fatto che le redini delinquenziali sono in mano a persone immature e sanguinarie dal punto di vista criminale data la giovane età. Sta agli investigatori seguire costantemente queste evoluzioni e fare anche un lavoro di analisi sul territorio».

Gli Abete/Abbinante/Notturno/Aprea sembrano aver perso ancora di più terreno a fronte della Vanella Grassi. Il gruppo dei “Girati’’ continua ad essere una preoccupazione particolare per voi nell’area di Scampia?

«Anche per gli Abbinante parliamo di giovanissimi, figli, nipoti, cugini che sono sempre nel rione Monterosa a gestire i loro affari. Non è più il clan di un tempo in cui c’era “Papele e’ Marano’’ (Raffaele Abbinante, all’origine affiliato del Nuvoletta e poi uomo di fiducia di Paolo Di Lauro ndr.) fedelissimo del supercapo. Questi ragazzi, anch’essi pericolosi, non sono un’espressione forte di criminalità in questo momento. Se vogliamo parlare di un’espressione forte di criminalità, c’è l’organizzazione della Vanella Grassi che è attiva e dall’altra parte, a Miano, questo gruppo proveniente dai Nappello. Oggi sono queste le due organizzazioni che ci possono in parte preoccupare. Ma non hanno tanti affiliati e i componenti giovanissimi. Lo scorso giugno abbiamo arrestato il leader della Vanella Grassi al Lotto G di Scampia che ha 20 anni (Alessio Angrisano, arrestato il 29 giugno 2017 dopo indagini coordinate dalla Dda di Napoli ndr.) il quale si trovò in auge dopo la morte del fratello (Francesco Angrisano detto “Cioppetto’’ 30enne ucciso a Scampia nel dicembre 2016 ndr.). Attualmente non si registrano altre organizzazioni emergenti e quelle che c’erano sono state decapitate. I Notturno o Abete sul territorio non ci sono più perché o sono morti o stanno in galera. La Vanella Grassi è sicuramente l’organizzazione più vasta e strutturata, che arriva sino a San Pietro a Patierno, ha il 100% in più degli affiliati rispetto al gruppo nascente di Miano e gestisce i traffici illeciti sui propri territori senza andare oltre. Comunque, queste stesse organizzazioni fanno la fame. Non è escluso come i componenti di tali gruppi facciano anche delle rapine per fare soldi». 

È passata quasi sotto silenzio la denuncia alle forze dell’ordine di un commerciante del Monterosa che ha fatto arrestare tre giovani estorsori. C’è un’inversione di tendenza?

«Oggi c’è meno omertà perché, oltre alla risposta dello Stato che ha vinto diverse sfide, ci sono più associazioni di legalità e l’azione di coscienza delle forze dell’ordine ha portato una crescita di fiducia dei cittadini. Rispetto ad alcuni anni fa ora i cittadini denunciano. Non tutti hanno ancora acquisito questa mentalità, lo dico perché il sottoscritto è fautore della nascita, quanto prima, di una forte associazione antiracket. Quando dirigevo il commissariato di Portici- Ercolano, proprio ad Ercolano la camorra era forte e spietata. Oltre agli omicidi c’erano stese con i kalashnikov, si sparava nelle abitazioni di persone che abitavano nei palazzi di clan contrapposti. Proprio lì nacque un’associazione antiracket, una delle risposte più belle alla criminalità. Come lo è l’attuale sindaco di Napoli de Magistris, anche ad Ercolano c’era un sindaco anticamorra come Nino Daniele (ora assessore alla cultura proprio della giunta comunale partenopea ndr.). Creammo una squadra molto forte, fatta da me, dal capitano dei carabinieri, dal capo della Polizia municipale e dal sindaco. Addirittura andavamo in prima persona a cancellare le scritte inneggianti alla camorra. Con l’associazione antiracket, quella camorra ad Ercolano l’abbiamo sconfitta. Se ci siamo riusciti lì lo dobbiamo fare anche a Scampia, dove le estorsioni continuano ad esserci, iniziando a fare spenti per poi crescere. L’associazione antiracket da creare non è che da subito debba avere 50 iscritti. Ne bastano 3 che però siano motivate e che riescano poi ad allargare progressivamente il fronte. Se si parte con decine di persone ma solo una parte attiva, è inutile. Solo così può funzionare un’associazione, ovviamente con la simbiosi delle forze dell’ordine. E c’è un ulteriore aspetto che vorrei sottolineare».

Prego

«Spesso interveniamo per il contrasto ai reati contro la famiglia che sono in crescita e ciò preoccupa. Si deve fare massima attenzione alle violenze domestiche. Ci sono tante associazioni a tutela delle donne vittime di aggressioni da parte di mariti, ex compagni o stalker, però loro devono capire che devono denunciare immediatamente le situazioni di pericolo, rivolgendosi all’investigatore prima che degenerino. La legge c’è e funziona. È facile dire al contrario. Siamo sempre abituati a dare la colpa agli altri. Invece la legge in vigore ha salvato numerose vite ma è una corsa contro il tempo per evitare l’uccisione fisica ed anche morale. In un convegno sul tema una donna addirittura disse “Che infamità denunciare il padre dei propri figli’’. Ecco, va cambiata questa visione delle cose. E se veniva ammazzata quella donna? Era poi un’infamità denunciare? Lo Stato serve a quello: a tutelare le vittime di violenza, i figli che hanno assistito alle violenza e che rischiano poi di diventare componente di una baby gang o un affiliato di camorra, a punire gli aggressori e aiutare la società a difendersi».

 

 

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