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Bossetti a Porta a Porta: “Vorrei incontrare i genitori di Yara, non sono l’assassino”

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Durante un’intervista a Porta a Porta, Massimo Bossetti ha annunciato l’intenzione di avviare, tramite il proprio legale, una nuova iniziativa giudiziaria per chiedere la riapertura del processo che lo ha portato alla condanna definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. L’uomo, detenuto nel carcere di Bollate, punta in particolare su nuove analisi scientifiche. «Faremo richiesta per rianalizzare i 54 campioni di dna che sono custoditi all’ufficio Corpi di reato e gli abiti che indossava la povera Jara e che sono rimasti integri. La mia speranza è che esca la verità che non è mai uscita», ha affermato.

Secondo Bossetti, tuttavia, le condizioni di conservazione del materiale biologico potrebbero compromettere l’esito degli accertamenti. «Non so cosa si possa trovare in quei 54 campioni di dna – ha dichiarato l’ex muratore – che adesso sono stati messi a nostra disposizione, perché si trovano a temperatura ambiente. Spero che ci si possa trovare qualcosa visto che la scienza si è evoluta. Io ho sempre gridato che si facesse questa ricerca ma mi è sempre stata negata. In quei campioni di dna ce n’era una gran quantità ed erano custoditi al San Raffaele a meno ottanta gradi nel frigorifero, poi sono stati portati a temperatura ambiente per decisione del pm e si sono degradati».

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Nel corso dell’intervista è tornato anche il tema delle ricerche online a contenuto sessuale. Bossetti ha negato qualsiasi coinvolgimento diretto: «Non so come sia potuta venire fuori una ricerca del genere, non so spiegarmelo, sono negato a livello informatico». E ha aggiunto, rispondendo alle domande di Bruno Vespa: «Usavamo il computer quando stavamo un po’ in intimità sul divano, quando i figli erano a letto e andavamo su quei siti pornografici per curiosità, ma né io né mia moglie abbiamo mai fatto una ricerca del genere». A sostegno della sua versione ha richiamato anche il parere del consulente informatico: «Il mio consulente Nanni Bassetti ha sempre riferito che sono tutte stringhe prodotte in automatico e non digitate da un operatore umano».

Bossetti ha poi ammesso di aver mentito in diverse circostanze nel corso degli anni, respingendo però le accuse più gravi. «Ma sempre con un valido motivo, e comunque le più grossolane sono arrivate da parte dell’accusa», ha dichiarato. Riferendosi al soprannome “il favola”, ha spiegato l’origine di una delle bugie raccontate in ambito lavorativo: «Avere dei tumori al cervello». Una menzogna che, a suo dire, aveva uno scopo pratico. «Ma l’ho detto – precisa l’uomo condannato per l’omicidio di Yara Gambirasio – perché non venivo pagato da diversi mesi e mi è saltata in testa questa balla per fare altri lavori».

Nel finale dell’intervista, Bossetti ha espresso il desiderio di un confronto diretto con la famiglia della vittima. «Vorrei un incontro con i genitori della povera Yara. Guardandomi negli occhi, capirebbero che non sono l’assassino», ha detto. Nonostante abbia la possibilità di usufruire di permessi, ha spiegato di non averne mai fatto richiesta. Alla domanda di Vespa «Ha paura del contatto con la gente?», ha risposto: «No, non ho paura. Rifiuto tutto perché vorrei uscire a testa alta, senza dover accettare un permesso o un beneficio. Non accetto di dover uscire per qualcosa che mi viene regalato».

Bossetti ha infine parlato della sua situazione familiare e lavorativa. Ha confermato che la moglie Marita Comi non si reca più in carcere a fargli visita: «Mia moglie non viene più a trovarmi perché sono nate incomprensioni tra di noi. A parte la scoperta, come sapete tutti, dei tradimenti. Preferisco un chiarimento a quattr’occhi fuori dal contesto carcerario». Attualmente svolge un lavoro da metalmeccanico per quattro ore al giorno all’interno del carcere di Bollate. I figli, invece, continuano a fargli visita regolarmente: «Mi sostengono con coraggio. Il mio cuore viene alimentato dalla loro forza. Ma nessuno può ridarmi tutti gli anni persi, io non riesco a immaginarmi un futuro».

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