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Camorra, politica e imprenditoria a S. Antimo: condanne anche in Appello per i Cesaro

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La Corte d’Appello di Napoli conferma gran parte dell’impianto accusatorio sostenuto dalla Direzione distrettuale antimafia nell’ambito dell’inchiesta su presunti rapporti tra clan, politica e affari nel Comune di Sant’Antimo. I giudici di secondo grado hanno accolto alcune proposte di concordato, riducendo in parte le pene inflitte in primo grado, ma confermando il quadro accusatorio che ruota attorno alle presunte infiltrazioni del clan Puca nella vita amministrativa e politica cittadina.

Tra le condanne più pesanti figurano quelle a carico di Cesario Bortone, condannato a 12 anni e un mese di reclusione, e Claudio Valentino, che dovrà scontare 13 anni e otto mesi, pur essendo stato assolto da uno dei reati contestati. Condanna a 13 anni e sei mesi anche per Francesco Di Lorenzo, mentre Camillo Petito è stato condannato a 12 anni e otto mesi.

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I giudici hanno inoltre disposto pene pari a 11 anni e quattro mesi per Francesco Scarano, nove anni e tre mesi per Nello Cappuccio, sei anni e quattro mesi per Raffaele Di Lorenzo e due anni e sei mesi per Ferdinando Pedata.

Le accuse: pressioni del clan su politica e appalti

Secondo l’accusa, il clan Puca avrebbe esercitato pressioni sulla macchina amministrativa del Comune di Sant’Antimo per orientare appalti, favori e consenso elettorale. L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Napoli, ipotizza un sistema di relazioni tra ambienti imprenditoriali, amministrativi e criminalità organizzata, finalizzato al controllo del territorio e alla gestione di interessi economici e politici. Il procedimento nasce da una vasta operazione condotta diversi anni fa dai carabinieri del Ros, culminata con 56 misure cautelari. Oggi il processo si chiude in appello con 21 condanne complessive.

Confermate le condanne per i fratelli Cesaro

La Corte ha confermato anche le condanne nei confronti degli imprenditori Antimo, Raffaele e Aniello Cesaro, fratelli dell’ex parlamentare di Forza Italia Luigi Cesaro. Antimo Cesaro è stato condannato a 11 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio aggravato. Aniello e Raffaele Cesaro hanno invece ricevuto una condanna a 10 anni e sei mesi per concorso esterno.

Nel corso dell’intero procedimento, i tre imprenditori hanno sempre sostenuto di essere stati vittime delle pressioni dei clan e non complici della camorra. Dopo il deposito delle motivazioni della sentenza, potranno comunque ricorrere in Cassazione per tentare di ribaltare il verdetto.

Confermate in appello anche le condanne per Luigi Abate, Francesco D’Istinto, Luigi Puca classe 1962, Luigi Puca classe 1995, Raffaele Femiano, Pasquale Puca, Lorenzo Puca, Alessandro Ranucci, Filippo Longa e Agostino Russo.

Le assoluzioni

Assoluzione confermata, invece, per l’ex vicesindaco Corrado Chiariello, difeso dall’avvocato Ivan Filippelli. Assolti anche Francesco Bellotti e Stefano Di Lorenzo. La sentenza è stata emessa dalla III sezione penale della Corte d’Appello di Napoli, presieduta dal giudice Elvira Russo. Ora l’attenzione si sposta sulle motivazioni del dispositivo, considerate decisive in vista dei probabili ricorsi in Cassazione.

La posizione dell’ex senatore Luigi Cesaro

Resta separata la posizione dell’ex senatore di Forza Italia Luigi Cesaro, imputato in un procedimento parallelo nato dalla stessa inchiesta. La sua posizione venne stralciata all’epoca dei fatti per via dell’immunità parlamentare, che impediva sia l’esecuzione di misure cautelari sia l’utilizzo di alcune intercettazioni. Per l’ex parlamentare, indicato da un collaboratore di giustizia come presunta “interfaccia del clan Puca”, era stata avanzata una richiesta di arresto già durante il blitz del Ros. Nel 2022, cessato il mandato parlamentare, Luigi Cesaro fu posto agli arresti domiciliari. In precedenza, però, la Giunta per le immunità del Senato aveva respinto la richiesta cautelare nei suoi confronti.

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