Salvatore Scafuto ben prima di divenire collaboratore di giustizia non godeva della fiducia dei vertici del clan. Il particolare rivelato dall’altro pentito che sta svelando tutti i segreti del ‘sistema Moccia’, quel Michele Puzio che ha rilasciato decine e decine di pagine di verbali (leggi qui l’ultimo articolo). Puzio in particolare, in una delle sue ultime ‘chiacchierate’ con i magistrati ha spiegato che Scafuto era finito nel mirino di Filippo Iazzetta che temeva un suo possibile pentimento (come di fatto avvenuto) e che la volontà del ras si scontrò ben presto con quella di suo cognato Antonio Moccia che bloccò ogni ipotesi di agguato. Con la precisione che queste dichiarazioni necessitano di un ulteriore riscontro.

Iazzetta voleva Scafuto morto

«Per me diciamo Filippo comandava e prendeva decisioni ed entrambi diciamo anche… cioè in alcune circostanze anche Antonio diciamo. Faccio un esempio. Nacque un contrasto: il contrasto diciamo Filippo l’ha avuto con…perchè voleva uccidere a Salvatore Scafuto, però diciamo sto parlando del 2003-2004, diciamo già in questi anni qua voleva uccidere a…e
Antonio era contrario, non voleva. Ed infatti diciamo…poi diciamo passando del tempo è diventato collaboratore di giustizia “Michele, ti ricordi quando io ti dicevo si deve uccidere a questo, a questo, ed Antonio diceva sempre di no? No, no, no. E cco qua! Ora ci ha fatto questo bel rega lo mio cognato Antonio”». Quindi in questa occasione l’ultima parola la ebbero i Moccia che comunque rappresentavano il vertice della catena di comando nonostante anche Iazzetta fosse della famiglia. Puzio su questo punto è stato chiaro:«Antonio, sì…ed infatti diciamo non l’abbiamo…di questo fatto era al corrente anche …eravamo al corrente io e Francuccio Favella, diciamo che dovevamo organizzarci per uccidere a Salvatore Scafuto, cioè la richiesta fu fatta da Filippo Iazzetta , però l’ultima
parola diciamo spettava ad Antonio, ed Antonio ha detto sempre di no….non direttamente a noi ma a Filippo».

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