Peste suina africana dilaga in Europa, 9 nazioni colpite. «Abbattere i cinghiali»

L’Ue si mobilita per frenare l’epidemia di febbre suina africana che colpisce ormai nove Paesi. E promuove misure di contenimento ad ampio raggio, incluso l’abbattimento dei cinghiali, principali vettori della malattia innocua per l’uomo ma che per le produzioni suinicole di tutto il continente è una potenziale catastrofe. È quanto è emerso dalla conferenza ministeriale tenutasi stamattina a Bruxelles, convocata dal commissario alla salute Vytenis Andriukaitis.

«In diverse regioni d’Europa la popolazione di cinghiali si è sviluppata in modo incontrollato – ha dichiarato nelle conclusioni Andriukaitis – questo ha un ruolo importante nella diffusione e persistenza della malattia». Quindi, «nel rispetto delle regole Ue sulla protezione della natura», serve collaborazione tra Paesi e tra agricoltori, ambientalisti e cacciatori per mettere sotto controllo la proliferazione dei suini selvatici. In Belgio, da settembre a oggi sono 231 i cinghiali trovati infetti. Un evento che porta l’epidemia partita da Georgia e Russia nel 2007 fino a interessare anche alcune regioni della Cina, nel cuore dell’Europa. Vicino ai più grandi produttori del continente, come Germania, Francia, ma anche Danimarca, che per proteggere un’industria vanto nazionale che vale 1,5 miliardi di euro l’anno, ha annunciato la costruzione di un muro anti-cinghiale alto 150 cm e lungo 70 km al confine con la Germania.

Sempre che l’Ue lo permetta, perché sono molti i sospetti che il muro anti-cinghiale sia in realtà un espediente per chiudere le frontiere alla libera circolazione delle persone.Il rischio è alto anche per l’Italia, dove la peste suina africana è endemica in Sardegna da 40 anni. Di recente la popolazione di cinghiali è aumentata sensibilmente in tutta la Penisola con stime che parlano di 1-1,5 mln di capi. Se ne è parlato il 14 dicembre in un convegno di Confagricoltura, dove il problema della ‘densità’ dei suini selvatici è stata messa in relazione con e il rischio per le produzioni italiane, comprese le grandi Dop, che valgono 1,8 miliardi di euro l’anno in esportazioni.

Ma nel convegno è emersa anche la necessità di abbattimenti selettivi e mirati. Interventi in grande scala, oltre che inutili, potrebbero sortire effetti collaterali indesiderati. Secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, il virus potrebbe essere arrivato in Europa trasportato proprio da cinghiali e maiali selvatici spinti verso l’Ue da battute di caccia su grande scala praticate dai russi.