Racket per il clan Mauro, tra gli arrestati anche il cognato del boss

Il nuovo colpo inferto dai carabinieri della compagnia Stella contro il clan Mauro dei Miracoli rappresenta l’atto finale dello smantellamento della cosca iniziato con il maxi blitz dello scorso anno. Quattro persone raggiunte nella notte da ordinanza di custodia cautelare in carcere. Sono gravemente indiziate del reato di tentata estorsione aggravata, commesso nel febbraio 2019, dal metodo mafioso. Accusati di aver agito per agevolare le attività illecite del clan camorristico. Tra loro Antonio Chiaro, cognato del boss Ciro Mauro (sposato appunto con la sorella di Chiaro). Il giovane è indicato dal collaboratore Salvatore Marfè come addetto alle armi e al controllo del territorio nella zona dei Miracoli. Chiaro, nonostante la giovane età, già protagonista e per questo arrestato in un altro episodio relativo al racket. Era il novembre del 2017 quando insieme ad altri tre complici (tra cui Vincenzo Leonardo ‘chiuvetiell’, un altro degli arrestati di questa notte) avvicinò il titolare di un esercizio commerciale del quartiere. I quattro gli intimarono di pagare un’estorsione da 20mila euro:«Ringrazia a me che sei ancora vivo e non morto, ci devi portare 20mila euro».

Gli altri due arrestati del clan Mauro

Tra le persone destinatarie dell’ordinanza di questa notte figura anche Luca Di Vicino ‘cucù’, cognato del ras Biagio D’Alterio indicato come numero due del clan. In manette anche il 21enne Francesco Lamia detto ‘Kekko’. Il pentito Salvatore Marfè per far comprendere la caratura criminale di D’Alterio lo descrive come «una sola anima e un solo corpo con Ciro Mauro». D’Alterio ebbe una convocazione al cospetto dei Lo Russo a Miano quando questi, nell’estate del 2013, imposero ai Mauro e ai Sequino una convivenza pacifica con Pierino Esposito. Un personaggio pericoloso tanto da arrivare ad uno scontro con lo stesso Mauro. Ciò avvenne per il ‘taglio delle mesate’ arrivando anche a sparare sotto casa del boss. Era lui, secondo Marfè, a dotare il gruppo di armi e a partecipare a numerose stese o a summit in cui D’Alterio veniva indicato dallo stesso Mauro come ‘comandante in seconda’. Il pentito Daniele Pandolfi da’ poi un’altra chiave di lettura. In uno dei suoi verbali afferma che «D’Alterio non si fidava più di Ciro Mauro e più volte, parlando con me nella sua abitazione, mi ha confidato che non ne voleva più sapere di lui».

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