Cinque milioni di persone hano votato al referendum sul pacchetto welfare (dicendo sì); cinquecentomila persone hanno partecipato alla manifestazione di An sulla sicurezza; tre milioni e mezzo di persone hanno votato alle primarie del Pd (eleggendo Veltroni); un milione di persone ha partecipato alla manifestazione contro la precarietà indetta da Rifondazione e dal Pdci (a cui non hanno aderito Verdi e Sinistra democratica).
In poco meno di un mese, impallidiscono i 300mila che avevano urlano, insieme a Grillo, il vaffanculo. Sembrava che quell’urlo fosse la nuova Italia e che avesse, come uno tsunami, spazzato via la politica da questo Paese. Sembrava che la gente fosse stufa delle mobilitazioni, della militanza, della politica come progetto per la comunità.
Sembrava che non ce ne fosse più per nessuno.
E invece la sana, vecchia, immutabile voglia di partecipare – che è tipica del rapporto tra l’italiano e la politica – ha preso (per fortuna) il sopravvento. La gente è in piazza, va a votare, decide, sceglie, dice la sua, non si tira indietro e non si abbandona alla rimuginazione sterile del “va tutto male, vaffanculo”.
Direi che c’è del buono in questo colpo di reni della democrazia, c’è un segnale positivo, c’è il sentimento di un popolo che non perde la bussola, anche in condizioni di oggettive difficoltà.
Sì, perchè le difficoltà rimangono. Restano intatte le questioni sociali che erano sul tappeto e su cui la gente vuole di più. Così come rimane intatta la sensazione che la politica, intesa come luogo delle decisioni, sia bloccata, sia incapace di leggere i bisogni e costruire le risposte.
Sulle due grandi questioni di questo tempo (la povertà e la sicurezza) la politica arranca: ci si divide su risposte ideologiche e si perde il senso della realtà. Il resto è tatticismo. Il governo cade o non cade? E se cade è colpa del centro o della sinistra? Ma questo governo è buono o cattivo? Il Pd è di sinistra moderata, di centro, di centrosinistra, o addirittura di destra (giuro: c’è stato un illustre esponente della sinistra radicale che ha detto perfino questo)? E ancora: meglio il sistema elettorale tedesco o quello spagnolo o piuttosto un francese temperato o un americano estremo oppure un sistema misto greco-svedese? De Magistris è un eroe, un martire, un giudice onesto vittima del sistema, uno che, come Di Pietro, ritroveremo in politica, o che cosa?
Ecco: la politica del bla bla bla si frantuma su questo mentre l’Italia è attraversata, al tempo stesso, da una sofferenza sociale enorme e da un desiderio di buona politica, di progettualità, di concretezza, di serietà.
Nessuno deve dormire sonni tranquilli solo perchè le sue primarie o le sue manifestazioni sono andate bene; si deve capire che quella partecipazione è un’ansia di novità, un bisogno di cambiamento, un ultimo grido di speranza.
La politica, che ha ricevuto un’apertura di credito da questa straordinaria partecipazione popolare, deve dare dignità a tutta questa mobilitazione: deve uscire dal teatrino delle appartenenza, deve registrare i meccanismi del ragionamento, deve riscoprire l’analisi, deve lasciare i tatticismi e diventare progetto. Presentarsi alla gente con idee chiare, semplici, comprensibili e realizzabili. E lasciare che il popolo scelga e poi valuti l’operato.
Solo attraverso questo lavoro di semplificazione e di realismo progettuale si può rispondere in modo dignitoso a chi, nonostante tutto, ha ancora fiducia nella democrazia.
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