Alex Zanotelli, sacerdote missionario comboniano, dice no al sito di stoccaggio delle ecoballe di Taverna del Re e protesta per le vie di Giugliano con gli studenti; poi dice no alla riapertura della discarica dei Pisani a Pianura, poi dice no al sito di Casalduni in provincia di Benevento. E prim’ancora ha detto no al termovalorizzatore di Acerra. Padre Alex, che ha passato vent’anni della sua vita nel cuore dell’Africa, alloggiando nella baraccopoli costruita sulla discarica di Nairobi, in mezzo ai poveri poverissimi, traendone un’ispirazione fuori dal comune, e un libro nervoso e magico dal titolo Korogocho, si dice convinto di una cosa. La cosa è che bisogna cambiare radicalmente il ciclo dei rifiuti in Campania: in primis differenziare e riciclare, con la raccolta porta a porta; poi passare al compostaggio dell’umido. Niente termodistruttori, niente cdr, niente ecoballe, niente discariche, se non per qualche raro residuo.
Bene, padre Alex: siamo d’accordo.
E nel frattempo? Se, per una miracolosa presa di coscienza collettiva, domattina tutti si rendessero conto; se ogni ente si svegliasse e decidesse di mettersi a lavorare al nuovo ciclo dei rifiuti, al ciclo-Zanotelli. Se ogni attore istituzionale si folgorasse all’improvviso e domattina, ma proprio domattina, decidesse di seguire quella via, la “via Alex”, quanto tempo ci vorrebbe per mettere a regime il nuovo sistema? Cioè annullare tutti gli atti, riconvertire gli impianti, avviare le procedure di legge, sensibilizzare la gente, comprare gli attrezzi, mettere in moto la macchina di differenziata-riciclaggio-compostaggio e cancellare la munnezza dal nostro orizzonte?
Un anno? Un anno e mezzo?
Almeno.
E nel frattempo, padre Alex?
Nel frattempo, protestiamo. No a Taverna del Re, no a Casalduni, no ad Acerra, no ai Pisani. E dove? No a Serre Persano, no al Vesuvio, no a Ponticelli. No a Macchia soprana, no a Caserta. No a Pianodardine, no a Santa Maria Capua Vetere. No, no, no. No ovunque. Intanto noi ogni mattina facciamo colazione e buttiamo la busta dismessa del latte nella pattumiera e poi la buccia della frutta e poi l’imballaggio di plastica. E a sera chiudiamo il nostro bel sacchetto e lo portiamo nel bidone o vicino a quello che è rimasto del bidone. Magari qualche buontempone passa e dà fuoco. E quando non danno fuoco ci teniamo la spazzatura sui marciapiedi, fino al primo piano, fin dentro i portoni delle case, delle scuole, delle chiese, dei municipi. La vogliamo lasciare lì, per strada, fino a che non arriva al secondo piano o al terzo? Qualcuno sostiene che servirebbe. Io penso di no.
Sono convinto che la strada segnata da padre Alex sia quella giusta. Sono anche convinto che il piano dei rifiuti messo in opera da Bassolino, imperniato sull’incenerimento e sul Cdr (con l’assurdità di fare prima il combustibile e poi gli inceneritori, e non il contrario come sarebbe stato logico), sia stata la peggiore follia politica italiana di questi anni. Con l’aggravante di essere avallato da sinistra, con i Verdi, che hanno in Campania i loro vertici nazionali, a fare da tutori silenti e tutto il sistema politico-istituzionale sostanzialmente imbavagliato.
Ma sono anche convinto che per invertire la rotta e mettere in campo il piano alternativo e sacrosanto di padre Alex siano necessari tempi medio-lunghi e che nel frattempo bisogna uscire dall’emergenza. E per uscire dal tunnel, a breve, c’è un modo solo: raccolta dei rifiuti e deposito. E’ inutile che parliamo di ecoballe e stoccaggio solo perché ci fa paura dire munnezza e discarica.
Alla fine quello è: raccogliere la munnezza e metterla da qualche parte. Questo è ciò che, nel breve periodo, si deve fare. Mentre attendiamo che si attivi un ciclo alternativo, da qualche parte la monnezza che produciamo dobbiamo metterla.
Dove? Non si può dire di no a tutto e dappertutto. “Ognuno si tenga la sua spazzatura”, si sente dire. “Ogni comune si faccia il suo sito”. Qui, francamente, rabbrividisco. Per quale malinteso sentimento ambientalista dovremmo creare in Campania novanta discariche in luogo di 3-4 grandi invasi? Inquinano di più, in termini regionali, novanta discariche di paese o quattro grossi impianti decentrati? La risposta mi sembra ovvia e solo un pedante e peloso campanilismo da cronacavera può alimentare questa idea delle novanta discariche per novanta comuni.
Il problema, alla fine, è: dove le creiamo queste quattro maxidiscariche dove depositare i rifiuti della regione in attesa che si inverta la rotta e si crei un ciclo dei rifiuti degno di una società civile? E qui viene il dramma: nessuno ovviamente le vuole. C’è da capire. La spazzatura di un quarto del territorio regionale fuori casa mia? No, per carità. Quelli che hanno già avuto discariche nell’ultimo ventennio dicono “no, adesso basta. Abbiamo già dato, tocca ad altri”. Quelli che vivono in zone incontaminate, dicono “perché inquinare anche qui?”
A chi dare ragione?
Io, a dire il vero, mi sento abbastanza estraneo a questi discorsi. Mi rendo conto che da cittadino di questo comprensorio faccio un ragionamento impopolare, che mi attirerà antipatie e critiche. Ma devo essere sincero. Pisani a Pianura, Ponticelli, Benevento, Taverna del Re o Vallesana: cosa cambia? Mangio limoni cinesi, mele indiane: le compro sotto casa e mi dicono che sono del posto ma io so che vengono da lontano. L’esplosione di una centrale nucleare in Francia raderebbe al suolo Marano. Mi sposto per l’Italia e ogni cinquanta metri c’è un trasmettitore da telefonia cellulare che insinua nel mio corpo piccoli frammenti tossici. Mangio insalata al ristorante e so che ha viaggiato sui camion, raccogliendo tutto il gas di scarico dell’Italia meridionale. Oltretutto fumo passivamente da quando ero nella culla. E potrei morire di meningite perché sono stato di recente a Venezia, e potrebbe intossicarmi una qualunque delle cose che mangio tutti i giorni che, come tutti sanno, per la totale mancanza di controlli sulla catena alimentare, è infestata dei peggiori trattamenti chimici.
In una società che ha smarrito il senso della misura e che ha smesso da tempo di tutelare la salute come bene pubblico, e l’ambiente come risorsa collettiva; in un mondo dove la questione ambientale o è globale (e vitale) o non è, che differenza volete che faccia se le ecoballe (cioè munnezza) la mettiamo a Taverna del Re o a Casalduni?
Certo, c’è la puzza che appesta gli abitanti di prossimità. Ma allora diciamolo a Pansa: niente manganelli, solo deodoranti.
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