L’emergenza rifiuti è ancora qui. Le scuole sono chiuse, le discariche pure. La spazzatura viene raccolta a tratti e mandata fuori. Questo basta a farci sembrare la situazione più tranquilla. Ma non è così.. Qualche giorno e saremo di nuovo in un clima incandescente. Qualcosa succederà. Di grave. Questo si vocifera in giro. Una protesta forte, violenta. Una reazione altrettanto forte e violenta. La spallata al governatore Bassolino e la crisi definitiva del sistema politico istituzionale. Insomma, il crack.
Intanto colpisce la reazione di certi giornali del nord alla migrazione dei rifiuti. “I loro rifiuti? A casa nostra”, ha titolato sprezzante il Giornale. Che la spazzatura siano nostra non c’è dubbio. Ma che il nord, in questa emergenza, sia indenne da colpe non ne sono così sicuro.
Facciamo chiarezza. Nella furia polemica, di fronte ai cumuli indegni di monnezza per strada, tutti ci scagliamo contro il potere politico e costruiamo massimi sistemi: parliamo di raccolta differenziata, di ecomafie, di tumori, di ecoballe. E perdiamo di vista, in fondo, la vera natura di questa emergenza: a Napoli e Caserta non c’è un problema di raccolta dei rifiuti ma un problema di smaltimento.
In sostanza, le amministrazioni comunali sarebbero in grado di prelevare i rifiuti dalle strade: hanno uomini e mezzi, hanno servizi efficienti di raccolta. Il problema è che non sanno dove mettere la raccolta. Perché? Perché dodici anni fa, la giunta regionale della Campania (presidente Rastrelli, di An) ebbe la brillante idea di privatizzare il ciclo dei rifiuti. Si decise, cioè, di affidare, con una gara d’appalto, a un privato, tutto il ciclo dello smaltimento, finanche la decisione sulla localizzazione degli impianti.
Il privato, vincitore di una gara, avrebbe dovuto provvedere alla costruzione di due inceneritori e sette impianti per la trasformazione dei rifiuti in combustibile. Perché siamo ridotti così? Perché il privato, dopo aver vinto quella gara d’appalto, dopo aver firmato il contratto e dopo aver intascato fior di denari, non ha fatto quello che doveva fare. Ha costruito sette impianti per la trasformazione dei rifiuti in combustibile (peraltro non a norma) e non ha costruito i due inceneritori.
E’ inadempiente e il contratto, infatti, alla fine è stato sciolto. Intanto, però, gli enti locali, che sono in grado di raccogliere la spazzatura, non sanno dove metterla. E la lasciano per strada.
Alla radice, il problema, oggi, è questo. Non c’entrano nulla né i rifiuti tossici né i tumori né la differenziata né le bonifiche né tutti quei discorsi, pure giustissimi, che facciamo da anni ma che adesso, con l’emergenza, c’entrano di striscio.
Il Nord e l’Impregilo. Oggi c’entra la ditta privata che si è aggiudicata l’appalto e che ha miseramente fallito il suo compito. Come si chiama? Si chiama Fibe. Appartiene al gruppo Impregilo, nell’area Fiat. E’ un colosso del business italiano, si muove tra la Lombardia e il Piemonte, è gestita nell’orbita della famiglia Romiti, l’ex amministratore delegato della Fiat.
Ma allora il nord c’entra?
C’entra.
La Fibe ha fallito, su tutti i fronti, il suo intervento in Campania: ha costruito impianti di Cdr chiusi dalla magistratura, dopo essere stati finanziati e rifinanziati dallo Stato per decine di milioni di euro; non è riuscita a costruire i termovalorizzatori di Acerra e Santa Maria la Fossa, non ottenendo le autorizzazioni sull’impatto ambientale e dovendo ripetutamente adeguare i suoi progetti a prescrizioni tecniche, avendo presentato un piano vetusto e superato. Al tempo stesso, la Fibe, concessionario esclusivo, non è riuscita a trovare siti di stoccaggio provvisorio delle ecoballe illegittime che costruiva. E alla fine si è totalmente incartata, arrivando allo scioglimento del contratto quando ormai la situazione era allo stremo.
Se vogliamo essere seri dobbiamo riconoscere che la responsabile, sul piano amministrativo, di questa crisi è la società Fibe, che ha incassato soldi per fare cose che non è riuscita a fare.
E’ il solito copione che si ripete: le imprese del nord che vengono a depredare il sud. Quante ne abbiamo viste scendere in Irpinia, dopo il terremoto, per impiantare attività produttive finte al fine di intascare soldi pubblici e poi sparire col malloppo? E’ il vecchio meccanismo coloniale: i ricchi che depredano i poveri. L’occidente che saccheggia l’Africa.
Complicità in loco. Naturalmente, c’è bisogno di complicità in loco. Il sistema coloniale prevedeva innanzitutto la corruzione di una casta locale che consentisse il saccheggio in danno degli indigeni. I grandi colonizzatori dell’Africa, che venivano dalla Gran Bretagna e dalla Francia, come primo passo avevano quello di instaurare – fornendo armi e soldi – una dittatura militare “amica” nei paesi che volevano depredare.
Le imprese del nord fanno lo stesso; vogliono depredare il meridione e si creano canali preferenziali con le due caste del sud: la politica e la camorra.
Nel ciclo campano dei rifiuti è andata più o meno così: una grande azienda del nord fiuta il business (a proposito, la Impregilo ha vinto la gara anche per la costruzione del Ponte di Messina), scende al sud, stabilisce rapporti preferenziali con i sistemi di potere locale e ha via libera.
Affari e nessun controllo: ce n’è per tutti.
Le colpe di Bassolino. E quelle degli altri. In questo c’è la vera responsabilità dei nostri politici. Bassolino da commissario di governo doveva, e poteva, dire no alla privatizzazione completa del ciclo di smaltimento dei rifiuti. Invece ha confermato in toto il piano di Rastrelli. Bassolino doveva e poteva vigilare sulla Fibe, incalzandola sulle inadempienze. Invece è stato silente e inattivo. Bassolino doveva e poteva, per tempo, sciogliere il contratto con la Fibe, in danno della ditta, e allestire un ciclo alternativo. Invece, non si capisce perché, ha protetto e tutelato l’impresa fino allo stremo. E quando il gioco si è rotto ha lasciato il commissariato e la patata bollente, ormai scotta e frantumata, è passata nelle mani di prefetti e funzionari fino all’esplosione dei giorni nostri.
La responsabilità della politica, quindi, c’è. Ma non è quella – come vogliono far intenderci – di non essere in grado di raccogliere la spazzatura, di fare la differenziata, di far lavorare la gente che assume (questi sono altri capitoli) ma è quella di aver protetto il business di una impresa del nord che è venuta al sud a fare affari, e che ha lasciato tutti nell’emergenza. Sarebbe il caso che qualcuno, al nord, in queste ore se ne ricordasse.
PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ

