Le cronache degli ultimi due anni evidenziano dati allarmanti in materia di infortuni sul lavoro, una cospicua percentuale dei quali, con conseguenze mortali per il lavoratore.
L’analisi sui dati rileva tra le cause d’incidenza, in primo luogo, la diffusione dei rapporti di lavoro precario e poco tutelato, in particolar modo quello dei giovani e degli immigrati, una totale carenza di controllo che possa garantire l’effettività delle norme sanzionatorie poste a tutela del lavoratore, oltre che una marcata assenza, soprattutto in alcune aree geografiche a rischio, degli organismi preposti dalle istituzioni e dalle leggi vigenti al controllo e alla sicurezza sui luoghi di lavoro.
Rilevano, in parte, i risultati inadeguati conseguiti nella cultura della prevenzione.
Al riguardo, le categorie produttive continuano a considerare le norme applicative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro più che come aggravio dei costi che come elemento di qualità e di tutela personale ed aziendale, in grado di sviluppare fattori di competitività all’interno dei processi produttivi.
Premesso che il lavoro è uno dei fattori fondanti della società democratica e delle sue prospettive di sviluppo civile, sociale ed economico, oltre che un elemento di inclusione sociale della persona, la maggiore responsabilità della politica di questi anni e delle parti sociali è stata quella di confinare il lavoro all’interno della discussione su mercato e competitività, dimenticandone la dimensione quotidiana ed il rischio che da questa ne deriva.
Un problema di prospettiva che investe tanto gli imprenditori quanto i lavoratori, i primi dimenticando costantemente che la sicurezza sul lavoro non è un dettaglio trascurabile del fatturato, ma la dimensione essenziale della civiltà imprenditoriale , i secondi indulgendo sui propri diritti per spuntare aumenti e benefit.
Risulta poi necessario che le Pubbliche Amministrazioni e gli Enti Locali, dove non esistono elementi di illegalità manifesta, adottino misure adeguate al loro interno ed assumano indirizzi coerenti anche nelle attività di selezione e assegnazione di appalti e commesse per l’esecuzione di servizi e opere pubbliche, privilegiando quelle che risultano caratterizzate dalla presenza a di stabilità occupazionale e dal rispetto dei contratti e delle norme sulla sicurezza del lavoro e non dalla pratica della riduzione dei costi.
Ad oltre dieci anni dall’entrata in vigore della L.626/94 e della L.494/96, il tributo umano e il numero degli infortuni, compresi quelli mortali, continua ad essere tragicamente pesante e insostenibile per una società civile che non può permettersi di ritenere le morti bianche una fatalità.
Lo strumento della legge non è stato adeguatamente accompagnato da una sufficiente crescita della cultura sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Tra l’altro la depenalizzazione di alcune gravi inadempienze , operata dal governo di centrodestra, ne ha indebolito l’impianto, che, invece, avrebbe dovuto essere rafforzato da numerosi aspetti normativi relativi alla responsabilità sociale dell’impresa, dalla previsione di un più incisivo esercizio della funzione ispettiva e di controllo, o anche ampliando il ruolo svolto dai responsabili aziendali dei lavoratori.
Tutte cose che auspichiamo si concretizzino nella riformulazione del Testo Unico promossa dal governo Prodi con la legge delega 3 Agosto 2007, n.123.
Di fronte a questa situazione, è necessario e urgente uno scatto corale d’iniziativa politica e sociale da parte di tutti i soggetti che ne hanno la responsabilità, pur nella complessità della situazione politica attuale.
Claudia De Magistris
Avvocato e componente dell’assemblea regionale del Pd

