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«Un sindaco deve dare fastidio alla mafia. Non esiste alcuna mediazione con la criminalità organizzata»

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Le cosche mafiose di Gela avevano pronto un piano per uccidere il sindaco Rosario Crocetta. La notizia è venuta alla luce dopo il blitz che ha fatto scattare decine di arresti tra la Sicilia e gli Usa. Sui pizzini e nelle intercettazioni, i boss avevano parlato chiaro: “quel sindaco deve essere tolto da mezzo”. I motivi per cui il primo cittadino doveva essere eliminato erano legati ai suoi tentativi di gestire gli appalti in maniera limpida, al suo impegno nella lotta al racket delle estorsioni e al licenziamento della moglie di un boss assunta dal Comune perchè risultava «nullatenente».
Crocetta vive sotto scorta dal 2003: già in altre occasioni investigative, infatti, era venuta fuori l’intenzione della mafia di ucciderlo. Nel 2003, la polizia scoprì che le cosche stavano preparando un agguato, utilizzando un killer venuto dalla Lituania, che avrebbe dovuto uccidere il sindaco durante la processione dell’immacolata, l’8 dicembre.
Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Rosario Crocetta, e di averne misurato direttamente la schiettezza con la quale conduce la sua battaglia. Lui non si è mai posto il problema di “convivere” con la mafia né di essere sindaco “nonostante” la mafia. Per lui, contrapporsi alla criminalità organizzata è una questione di onore e dignità. “Non esiste mediazione – mi disse a Roma, durante un convegno -. Il rischio più grande nella lotta alla criminalità è l’autocensura”.
Poiché facevo l’assessore a Marano, gli chiesi cosa potesse fare un’amministrazione comunale, di concreto, contro la criminalità. Ero convinto che un sindaco, una giunta, un consiglio comunale non potessero fare molto di fronte a un fenomeno di questa portata. Lui mi sorprese: “un sindaco non può certo sconfiggere la criminalità ma può fare moltissimo, se vuole. Si tratta di ripristinare il tabù della mafia. Un sindaco deve far capire che sul suo territorio, la legge è lui. E deve imporla. Deve inseguire la mafia ovunque, snidarla. Un sindaco vero deve dare fastidio alla mafia e non accontentarsi di tenersi distante da essa”.
Credo che fu in quel momento che aprii gli occhi su alcune cose che si muovevano intorno a me e che non ero riuscito a capire.
Capii che non era certo casuale che dalle nostre parti non ci fosse un solo esponente politico sotto scorta, non ci fosse un solo amministratore comunale minacciato di morte. Delle due, una: o la camorra, da noi, non esiste oppure non ha mai avuto bisogno di minacciare perché nessuno gli ha mai dato veramente fastidio. Certo, non mancano i proclami. A sentire parlare alcuni, sembra che portino le stimmate della santità fatta terrena. Ma nei fatti, poi, rileggi le loro storie e vedi che non hanno mai avuto problemi, che non sono mai stati minacciati, che sono rimasti in sella tempi lunghissimi e nessuno ha mai scalfito la loro quotidianità.
Non hanno mai dato fastidio.
“Il rischio più grande – mi disse Crocetta, durante quella chiacchierata – non è la connivenza esplicita di chi fa affari con i clan; il vero rischio per i nostri territori è l’ipocrisia di chi a parole dice di essere contro e nei fatti, per tutelare se stesso e i suoi interessi, piega la testa. Questi sono il peggiore degli esempi perché la gente comune pensa che se la mafia ha fatto piegare la testa a un sindaco, nessuno vi si può opporre. Ecco perché noi abbiamo il dovere di tenere la testa bella alta”.

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