HomeVarieBERLUSCONI E LA QUESTIONE DEL PRECARIATO

BERLUSCONI E LA QUESTIONE DEL PRECARIATO

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Il sondaggio di SKY TG 24 sull’opportunità di ironizzare sulla questione del precariato, ha originato in me una serie di riflessioni. Non si tratta di ironizzare sul precariato, il problema è molto più ampio: si tratta di domandarsi come mai non emerge da tutte queste polemiche un dibattito sulla questione culturale che sottende tale ironia. Dire ad una donna giovane che la questione del precariato non è un problema suo, in quanto con quel sorriso (merce da vendere), lei non avrà mai quel problema, perché potrà sempre trovare un uomo disposto a mantenerla, sottende radici culturali che ancora oggi non vengono intese, che fanno presa sui giovani e sono impresse come marchi di fuoco nell’educazione di noi tutti. Leggo tra le righe di quell’affermazione il legittimare come ammissibile modalità di affermazione sociale quella del mestiere più antico del mondo: la prostituzione. Il ravvisare per le donne quale mezzo o qualità per collocarsi nella società il corpo, come unico possibile oggetto di scambio. L’individuare come unica modalità possibile per la soddisfazione dei bisogni della collettività la legittimazione delle disparità: potere che elargisce al popolo; uomo che mantiene la donna.

Il riaffermare il ruolo di subalternità delle donne, ignorando quante ingiustizie e quanta violenza fisica e psicologica sono state consumate in virtù di questo, ieri come oggi. Bisogna chiedersi quanto oggi sia cambiata non tanto la mentalità quanto la condotta degli uomini e delle donne. Cercare di capire se oggi il discorso aperto sulle pari opportunità, tanto caro sia alle sinistre che alle destre, non abbia la stessa valenza che ha avuto il discorso sulla liberazione sessuale, trasformato dagli uomini e dalle donne figli di quella cultura, in liberismo sessuale e oggettivazione del corpo.

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Il fatto che quella giovane donna, oltraggiata in pubblico dal sig. Berlusconi, abbia abboccato alla seduzione e abbia accettato di candidarsi nelle liste del PDL, ci deve fare riflettere su quanto questa cultura di potere sessista e discriminante abbia radici profonde in tutti noi, uomini e donne e su come tale cultura condizioni le nostre scelte, fuorviandoci, non permettendoci di ribellarci alla violenza psicologica che sottende tale atteggiamento, impedendoci di assumere idonei atteggiamenti di difesa nei confronti dei nostri giovani, dei nostri figli, per favorire la comprensione del senso non tanto delle parole ipocrite ma delle azioni che da una parte concedono e dall’altra sottraggono, annientando la libertà di pensiero. Bisogna che noi tutti assimiliamo il concetto che se per realizzare una scultura, pur avendola chiara e magnifica nella nostra testa, utilizziamo mani che non sanno lavorare e materiale pessimo, sicuramente verrà fuori una mostruosità o comunque un qualcosa di completamente diverso da quello che avevamo progettato. Dobbiamo prendere coscienza che i frutti che raccogliamo oggi e che tolgono valore alle idee e alle azioni di tanti uomini e donne di buona volontà, che in passato hanno lottato combattuto e sofferto per una società migliore, sono dovuti anche al fatto che purtroppo nemmeno loro hanno saputo tenere sotto controllo gli automatismi delle loro azioni, legate all’educazione ricevuta e le incapacità della loro vista che gli impediva di riconoscere e scartare il materiale non buono. Impariamo a leggere tra le righe dei loro e dei nostri discorsi e dei loro e delle nostre azioni: mettiamoci in discussione, se non vogliamo che le nostre buone intenzioni ci conducano a risultati diversi da quelli vagheggiati: vogliamo la libertà e partoriamo liberismo; vogliamo la bontà e partoriamo buonismo; vogliamo la chiarezza e partoriamo ipocrisia; vogliamo la parità e partoriamo paternalismo. E allora forse ci apparirà più chiaro il motivo per cui gli uomini e le donne si rifiutano di leggere tra le righe dei messaggi e delle azioni proprie e altrui, di utilizzare quell’unica risorsa che permette di prevedere se la strada intrapresa ci porterà verso l’obiettivo prefisso o verso l’obiettivo opposto. Forse ora riusciamo a capire meglio perché le frasi di Berlusconi ci colpiscono solo per l’ironia sul precariato. Sono indignata e preoccupata, ma non per me: sono stata educata anch’io a coltivare il mio orticello. Questo è un altro dei messaggi sottesi all’ironia manifesta e falsamente innocua delle parole e all’azione falsamente benevola di reclutamento della giovane donna: l’interesse individuale al di sopra dell’interesse collettivo.

Il falso buonismo ha permesso non solo di far credere che nel messaggio della giovane donna di difesa dei diritti del precariato c’era solo un ipocrita voglia di volersi mettere in mostra per cercare di soddisfare un suo bisogno, ma anche di strumentalizzare tale bisogno per legittimare un principio ingiusto: quello del potere dei più forti sui deboli, che elargiscono briciole se viene conservato lo status quo. Attraverso l’azione quell’uomo ha dimostrato che tali valori sono condivisi. Ha sancito come condivisibile il baratto di una contrattazione collettiva in cambio di un beneficio personale: la giovane donna, infatti, con il suo agire dovrebbe assumere un ruolo politico (vantaggio personale), ma anche portare voti al suo partito (condivisione sociale). Vedo ora chiaro quanto le passate rivolte femministe possano essere state fuorviate non solo dalla supremazia maschile ma dalle stesse radici culturali di quelle donne benintenzionate che non sono state capaci di vedere dove i loro messaggi determinavano ambiguità e dove tali ambiguità, a dispetto dei buoni propositi, avrebbero condotto. Soffro e ho pena per quella giovane donna e per i nostri figli, per dove sta andando questa nostra società, chiedo scusa per il contributo che mio malgrado ho potuto dare a tutto ciò, legato alla mia stessa educazione che sicuramente ha comportato messaggi ambigui e fuorvianti, nell’ambito della ma famiglia, delle mie conoscenze, della mia professione. Vorrei chiedere a chiunque di mettersi in discussione insieme a me e di aiutarmi ad avviare un discorso sul tema dell’influenza dei retaggi culturali nel deformare le idee condivise e nel trasformarle in aberrazioni attraverso i messaggi subliminali, che fanno più presa di quelli espliciti, e nell’avviare un’analisi profonda della società che permetta di fare acquisire ad ogni individuo un’autentica consapevolezza del proprio sentire, del proprio dire e del proprio agire per poterli con fermezza allineare.



Dott. Maria Rossetti

Ginecologa A.S.L. Napoli 2

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