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«SONO FIGLIO DELLA PROVINCIA. ANCH’IO HO VISSUTO IL TEMPO DELLE PAURE E DELLE ANSIE»

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Con sgomento leggo la lettera indirizzatami da un giovane concittadino.
Dinanzi a tali parole trasecolo e mi dispiaccio in quanto è stato radicalmente travisato il senso del messaggio sull’uso del casco per chi circola sulle due ruote. Si tratta di un semplice ma profondamente sentito invito che procede su due linee parallele: quello del rispetto delle regole e della vita. E’ stata una iniziativa dettata dal ruolo istituzionale che ricopro ma anche e soprattutto dal mio modo di intendere la vita stessa.
Essa è un bene troppo prezioso ed è dovere di noi tutti rispettarlo e garantirlo. Essere cittadini significa riconoscersi parte di una intera comunità. Principio basilare, primario, inderogabile ed imprescindibile che sostanzia tale visione del sociale è però rappresentato dal rispetto delle regole, dalle norme, sia quelle scritte nei codici che quelle impresse nelle coscienze. Decidere di non indossare il casco, oltre a costituire una violazione della legge significa non avere rispetto per se stessi e soprattutto per la memoria di tutti quei giovani che hanno perso la vita a causa di un incidente in motorino e che magari, se avessero avuto “quel coso sulla testa” probabilmente avrebbero potuto oggi raccontare solo di un grande spavento che hanno provato proprio a quelli che fanno del menefreghismo la propria bandiera identitaria, una melensa forma di ribellione generazionale, una inutile e becera manifestazione di disobbedienza sociale, orpello in realtà di inconsapevolezza e di improntitudine.
Anche io sono un figlio della provincia. Anche io ho vissuto il tempo delle ansie e delle paure legate alla crescita ed ai primi confronti con il mondo del lavoro. Ma, e come me tanti e tanti altri, ho fatto e continuo ogni giorno a fare del sacrificio, della dedizione e della passione verso un’idea, un obiettivo, un progetto il viatico quotidiano impegnato nello studio, nella ricerca di migliorarsi, di mettersi sempre in gioco, per misurarsi e superarsi nelle sfide di tutti i giorni. Certi costumi, certe abitudini, certe inclinazioni come quelle che conducono alla droga, all’alcool non mi appartengono ma anzi ho sempre disdegnato con repulsione e disinteresse. Distruggermi non è mai stata una mia velleità.
La nostra città ha tanti problemi. Insieme, parlandone, confrontandoci, possiamo lavorare per risolverli. E proprio voi giovani costituite la potenzialità numero uno per il riscatto. Che male c’è allora nel fatto di invitarvi a salvarvi la vita ed a rispettare ciò che tutti siamo chiamati a rispettare? Il qualunquismo però non è certamente la strategia né la panacea per ogni male. La strumentalizzazione dei disagi non fa altro che esasperali ed ingigantirli. La commiserazione è la sponda del precipizio. E gli sforzi degli altri rischiano di diventare l’alibi della propria strafottenza.

Salvatore Onofaro
Sindaco di Qualiano

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