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IL RITORNO A CASA

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Tornare dalla vacanze, si sa, è traumatico. Se poi si fa l’errore di andare in vacanza in un’isola straniera e di tornare a vivere a Marano, il trauma si moltiplica. Io l’ho attutito tornando di notte. Sono spuntato alle tre sulla circumvallazione esterna. A quell’ora sembra solo una strada. Una volta a casa mi sono buttato sul letto. Ho rinviato il contatto con la realtà che però, poi, è arrivato. Alle sette e mezza, mentre in un delirio di stanchezza, provavo a dormire il sonno perso della notte, mi sono arrivate in casa le note di gigi d’alessio. “Non dirgli mai che siamo stati a letto una notte intera…non dirgli mai…”.

La signora che pulisce le scale pare che non riesca a lavorare bene se non è accompagnata dalla musica. Così si porta dietro un piccolo stereo, lo mette sulla ringhiera, alza un po’ il volume e comincia a spazzare. Alle otto meno dieci ho sentito i colpi della scopa sulla porta e mi sono alzato. Ho dato uno sguardo nel cortile. Vivo al piano terra di un palazzo di diciotto appartamenti. Ho un piccolissimo spazio davanti ai balconcini rasoterra. Ci sono un’aiuola e una piazzola pavimentata. Ho contato a terra, buttati evidentemente dalle finestre dei vicini, diciotto mozziconi, otto cottonfioc per le orecchie, sei fazzolettini di carta arrotolati e due fogli unti di sugo, di quelli che il bar vicino casa usa per avvolgere le pizzette. Uno dei due balconcini del mio cortile era bagnato. Ho alzato gli occhi e ho visto che il condizionatore della signora del terzo piano ha il tubo di scolo all’aria. Gocciola giù. Lei sta fresca, io mi bagno. La signora del quarto piano, in quel momento, ha fatto sapere a tutto il palazzo che il marito è “nu dì e strunz”.
Non lo conosco ma mi sento di condividere.

Decido di fare un giro per la città. Mi rendo conto di essere disabituato alla guida aggressiva. Il ritmo della vacanza in Corsica mi ha insinuato un tempo al volante più morbido. Che, però, qui è inopportuno. Quando mi sono fermato al primo stop, sono saltato sul seggiolino. Dietro la mia macchina un ragazzo abbronzato con gli occhiali scuri a goccia, in una smart, suonava il clacson e mi faceva segno con la mano di andare. Mi è sembrato di sentire “e vai, che t firm a fà? Nun o bbir ca nun ce sta nisciun?”.

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Ho trascorso il resto della giornata in casa, con la scusa della lavatrice e dei servizi, eccetera. La sera sono uscito. Ho saltato un rosso al semaforo: non c’era nessuno e sono passato. Ho capito che stavo lentamente tornando in pari con il contesto. Ai Colli Aminei – avevo letto – è partita la differenziata. Ho cercato tutta la sera un contenitore specifico per depositare la bottiglia di plastica d’acqua minerale. Non l’ho trovato. Mi viene in mente che nel pomeriggio avevo letto che a Marano è in corso il censimento delle utenze per la differenziata. Mi sono chiesto a lungo che cosa significasse. Mi sono arreso. Pare che un gruppo di volontati debba girare per case e negozi a “censire gli utenti”. Cioè? Non ho capito che cosa significa. Ho capito solo che siamo ad agosto e che io non so ancora dove portare i rifiuti che raccolgo in maniera differenziata e rimetto assieme, malinconicamente, quando li vado a buttare.

Tornando a tarda sera, sono passato dal Titanic. Un pullman era in fiamme. Una volante della polizia era ferma al bivio di Mugnano, un’altra volante al ristorante Cancellino, altre due all’imbocco di via Falcone. Un’autobotte dei pompieri spegneva le fiamme del bus, completamente distrutto. Pare che abbia cominciato ad ardere intorno alle ventidue. Penso a quelli che avevano preso quel pullman per tornare a casa, a quell’ora di sera, e sono stati costretti a scendere. Le ragioni del rogo? Ignote. Ma visti i precedenti e il luogo, è facile immaginare un collegamento con la protesta più estrema per la discarica di Chiaiano.
Le fiamme sono ipnotiche e si può rimanere a guardarle per ore. Anche i tizzoni fumanti sono così. Io però ho distolto lo sguardo e ho guidato verso casa. Ad un semaforo rosso, mi sono fermato dietro una Yaris. Alla guida c’era un uomo della mia età, da solo. Era tardi, non c’era nessuno ma lui è rimasto fermo al rosso.
Ho pensato che forse anche lui era appena tornato dalle vacanze e ho evitato di dare un colpo di clacson.


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