Eravamo in ventisette, ognuno con il proprio entusiasmo, ognuno con la propria curiosità. Tutti uniti da un solo scopo, inaugurare personalmente la nuova metrò che parte dalla provincia. “Benvenuti in Europa” (Greg), oppure “e andiamo, ma dai, ma vieni, mi sento come quelli che videro per la prima volta la Funicolare” (Pino), e ancora: “ Metro Napoli? Allora ho visto davvero tutto” (nonno). Questi i commenti, queste le aspettative, queste le premesse. La meta? Ma è ovvio, Giugliano – Napoli e ritorno. Un servizio della nuova Metrò, in viaggio senza auto proprie e senza impicci.
Un vero lusso, in realtà, solo uno sfizio. Ed eravamo in ventisette, mica pochi, tutti provincialotti a cui mostrano il progresso, quello del 2009. Tutti increduli di tanta abbondanza per il popolo delle periferie. E con noi donne, bambini, un paio di anziani, qualche cretino (che per omertà ne ometterò il nome), e un carico di fantasia.
La partenza: ore 20.30, appuntamento alla stazione, e già vedo un paio delle auto delle nostre, andar su è giù tra Melito e Giugliano, in un’unica traversa tutta invasa di divieti di accesso, a disegnar un passaggio virtuale che ognuno adopererà e interpreterà a modo suo, e tutti logicamente, confusamente, contromano. “Allora siamo proprio il peggio”, penso davanti alla scena dell’ingorgo, ma comunque parcheggiamo, e Michele fa: “fate i biglietti presto, che il treno parte” ” Si ma dove –dice Gianni -, la biglietteria dov’è?”. “ Ehhh, ma allora non hai capito niente, non vedi li?, il bar (?), è la che devi farli” “Ah, cominciamo bene , ed io mi aspettavo chissà che!”. I bambini si divertono a timbrare i biglietti, a far roteare i tornelli, tutti a fare a gara a chi lo fa meglio. Pure gli altri bambini, i nostri figli, si adeguano, e partecipano al gioco.
Ma poi passiamo, entriamo, e giù di corsa a perdifiato, tutti i ventisette ad invadere chiassosamente la pancia della nostra città. Eravamo come germi del mal di pancia. Ci facevamo sentire. E le scale mobili erano il nostro intestino crasso. La paura era che nell’entroterra ci fosse pure il sistema digestivo, con tanto di colon. E allora sarebbero stati dolori. “Ecco il treno” fa Nicola, e puntuale il grosso serpente pian piano si arresta, e tutti ad inseguire le porte che si aprono. “Dentro” “ Attenti ai passeggini”, “prendete a Vincenzino” “ Fermate a Martina”. E ben due carrozze diventano la nostra casba, mi chiedo, chi oserà entrarci?
Il treno corre, gli anziani si siedono, i bambini giocano a stare in piedi a tutta velocità, i grandi ridono e sorridono di tanta celerità. “ Chiaianooo”, si scende, si cambia treno, e la giostra riprende. Nuovo giro nuova corsa, tutti allegri turisti nella nostra magnifica città. Piazza Vanvitelli, è la nostra fermata, armi e bagagli si va, per due ore tutti in libertà. Chi va la bar, chi a dar sfogo alla propria necessità, chi si apparta per fumar. Pizza, pizzette, coca e birra, tutti a festeggiar.
Il Ritorno: due ore dopo con negli occhi le luci del nostro Quartiere Bene e nella pancia le sue specialità, tutti i ventisette ci accingiamo a tornar. I biglietti, che si chiamano centoventi, ci fanno rientrar, e giù in galleria però ci tocca aspettar.
Il treno tarda dieci minuti, e allora chiediamo al personale di Trenitalia “ma la coincidenza (che si chiama così per una ragione che a conti fatti resterà sconosciuta,) sta alle 23 e 15, e con il ritardo del treno rischiamo di non centrarla. Ci aspetta comunque? “Certamente”, fa il solerte impiegato, “non si muoverà prima che arrivi questo treno, che è l’ultimo della giornata”, e allora tranquilli, ripartiamo.
Ma a Piscinola ecco il regalo, ecco la sorpresa, davvero nefasta. Dopo aver varcato la soglia e i tornelli dell’uscita, alle 23. 25, andiamo per l’altro treno, ma un altro impiegato, anche lui solerte, deciso ci fa: dove andate? Il treno è già partito, e la stazione sta per chiudere, dovete uscire.” Uscireee?. Ma come? Ci avete fatto arrivare fino a qua? Così conciati sembriamo quelli del film “Brutti, sporchi, e cattivi”, il grande affresco dell’indimenticabile Nino Manfredi, nella scena della famiglia che va con la nonna in carrozzina a prendere la pensione, e voi ci fermate qua? E come facciamo? Come torniamo? Ci sono i pulman?” Macchè, è quasi mezzanotte, quali pulman? Arrangiatevi, e poi mica il treno poteva aspettare voi? Risponde il signorotto di Metronapoli, quasi ad istigarci. “noi? Doveva aspettare l’ultimo treno!! Ma che ca……..di organizzazione avete???” è mezzanotte, forse ci tocca dormire qua?
Ora capisco perché alle stazioni ci sono tanti barboni, sono ancora là per colpa di Trenitalia!, che se li è dimenticati nel loro viaggio della vita!. Si signori, la tanto decantata Metrò ci ha lasciati a piedi, nel cuore di Scampia, nota non certo per la gente bene o per i negozi di lusso. E a mezzanotte!. Vincenzino piange, Giuseppe pure, Martina dorme (beata), Iolanda si guarda intorno, gli anziani quasi svengono. E penso e dico ad alta voce :W la metrò, w il suo personale, w Napoli, w i suoi dirigenti, barzellettieri e raccomandati, incapaci e disorganizzati. Ma come, ? e se eravamo turisti? Soli, per fortuna in tanti, nel cuore della notte, a Scampia.
Dite voi, ma come si fa? Per fortuna in panchina avevamo ancora Francesco e Liana, che a mezzanotte, partono da casa propria e ci vengono a recuperare. E così, a tentoni, come un bimbo che ancora non sta in piedi, la nostra Metrò ci ha regalato la prima emozione. Roba da denuncia, roba da ridere, cose da pazzi, da raccontare a chi, il progresso lo ha conosciuto venti anni fa, e che davanti a quella scena ci avrebbe detto: “Benvenuti in Europa???? Ma se ancora non siete entrati a far parte dell’Italia!!!!!!

