HomeVarieMARE INQUINATO, VENDITE IN CALO NEL MERCATO ITTICO DI POZZUOLI

MARE INQUINATO, VENDITE IN CALO NEL MERCATO ITTICO DI POZZUOLI

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La psicosi del mare sporco ha fatto due «vittime» ec¬cellenti: le alici del Golfo di Pozzuo¬li; che nessuno vuole più. E i frutti di mare, soprattutto le cozze, che ormai hanno pochissimi anche se tenaci estimatori. Non siamo ri¬piombati nel delirio del dopo cole¬ra di un quarto di secolo fa, ma la legge del mercato è inesorabile an¬che in tempo di pace: nessuno ha detto che il pesce o i mitili non so¬no da mangiare ma come accade ormai da oltre venti giorni, al mer¬cato di Pozzuoli le contrattazioni all’ingrosso di pesce fresco sono andate molto a rilento – con un ca¬lo di circa il 30% – e tra i banchi della vendita al dettaglio è andata ancora peggio. «Ci hanno ridotto sul lastrico», geme Francesco D’Agostino e i compagni si associano.
LA PAURALe alici che da secoli sono al centro della cucina povera e di quella ricca, vengono esposte quasi con timi¬dezza e i venditori «strillano» of¬ferte di merce che arriva da altri mari: spigole e orate di allevamen¬to (8 euro al kg), la pescatrice del Mediterraneo (12), le trigliette di Manfredonia (10). Sottobanco, quasi si trattasse di merce vietata, vengono offerti i saurielli a 3 euro e i calamaretti addirittura a 2. Sono cambiati i gusti? No, la pa¬ura del mare infetto condanna il pe¬scato del Golfo. «Molte cianciole preferiscono non prendere il mare — dice il dottor Giuseppe Palma, direttore del mercato, protagonista di una riforma che ha azzerato la speculazione e ha di fatto cacciato i mercanti dal tempio — . Noi abbia¬mo adeguati i prezzi alla domanda in forte diminuzione, ma stiamo ancora qui a piangere. Siamo in un momento molto delicato e tra una settimana, il 31 luglio, offrire ai na¬poletani la possibilità di gustare il pesce del nostro Golfo cucinato sul¬la banchina subito dopo essere sta¬to sbarcato dalla cianciola che l’ha preso. Non si pagherà, speriamo in questo modo di fare giustizia delle esagerazioni».
IL MERCATO– C’è grande rabbia tra i piccoli operatori e c’è voglia di mettere in scena una protesta clamorosa. La flottiglia da pesca puteolana conta su 20 cianciole e 30 barche per la piccola pesca; i grossisti del mer¬cato all’ingrosso sono 18 e si dan¬nano l’anima per contenere la cri¬si. Le contrattazioni si svolgono dalle 3 alle 8 del mattino: i più sol¬leciti ad arrivare sono i rivenditori delle zone interne – dell’avellinese e del beneventano – seguiti dagli ischitani che fremono per prende¬re il primo traghetto, quello delle 4,30; i napoletani se la prendono comoda, arrivano alle 5,30 e con¬trattano con il coltello tra i denti. Il mercato è stato rivoltato co¬me un calzino dopo che la magi¬stratura lo aveva chiuso per ecces¬so di brogli. Oggi i controlli sono ferrei e la contrattazione legali: il libretto sanitario e partita Iva. Le barche con il pescato attraccano al molo del mercato e compiono allo scoperto un percorso di circa 30 metri; non ci sono più balzelli da pagare, le vecchie tangenti, come la ‘‘croce’’ – una sorta di percentua¬le sul pescato – ricordo di un brut¬to passato. «Le contrattazioni — ammette il direttore — hanno su¬bìto un forte calo, ma non è vero che si sono dimezzate, siamo atte¬stati sul 20-25% in meno, che è una brutta cosa ma non la fine del mondo considerato che alla reces¬sione si è aggiunta la psicosi che francamente è stata alimentata senza valide motivazioni». Quante tonnellate di pesce ave¬te venduto? «Sicuramente 3 un giorno buiono per chi fa il nostro mestiere. Le somme le tireremo a fine anno, l’obiettivo è non scen¬dere al di sotto dei 20 milioni di euro di fatturato». Ma torniamo al¬la rabbia che rischia di far saltare in aria i banchi della vendita al mi¬nuto. Raffaele ce l’ha a morte con i dipendenti del depuratore di Cu¬ma: «E’ gravissimo quello che han¬no fatto, loro sono rimasti senza soldi e hanno inguaiato noi e an¬che la povera gente che con pochi euro, comprando le alici e il pesce bandiera, sfamava la famiglia. Ora il pesce del nostro Golfo rimane sui banchi; un po’ lo mangiamo noi, ma il grosso lo vendiamo ai tavernari ma siamo costretti quasi a regalarlo». «Guardate che arago¬stelle e che scampi — urla Sasà Baffurto e nerboruto — è roba da buttare via questa?». Peppino, che gestisce il banco di fronte al suo, ha un suo modo di spiegare la cri¬si: «Per avere un bel titolo sui gior¬nali, sti scienziati hanno scoperto i vermi sotto la sabbia. E’ roba da ridere, non sanno che con quei vermetti armiamo gli ami dal tem¬po dei tempi. E non abbiamo mai preso la bua».
(Corriere del Mezzogiorno)

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