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OMICIDI E INCENDI, NON C’E’ TREGUA
Il Mattino del 6 dicembre 2004

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NAPOLI. È sempre più emergenza camorra nel Napoletano: ieri un’altra giornata di agguati e di raid, in una guerra che sembra aver travalicato i confini finora disegnati dagli investigatori. A Bacoli, nell’area flegrea, è stato ucciso un ristoratore: era ritenuto il braccio destro di un boss del gruppo cosiddetto degli «scissionisti». Una vendetta a distanza, collegata a quanto sta avvenendo nella zona di Secondigliano e Scampia. Qui ma anche a Mugnano e Casavatore, sempre ieri, sono stati dati alle fiamme tre esercizi commerciali, secondo una tecnica ormai in uso nella battaglia tra gli «scissionisti» e il gruppo Di Lauro. Sempre ieri – ma l’episodio non è da inserire in questa guerra – a Castellammare di Stabia, tra la folla, è stato assassinato il fratello di un pentito.



Superati i confini: c’è il rischio della guerra totale


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di Giuseppe Crimaldi




«Per il momento sono fermi. Non si muovono. Forse anche loro stanno cercando di capire quel che succede a Scampia, aspettando solo il momento giusto per muoversi e saltare sul carro del vincitore». L’analisi di uno degli investigatori più esperti della Questura di Napoli impegnati nelle indagini di camorra va dritto al cuore di uno dei tanti misteri che avvolgono la «faida di Scampia»: come si spiega l’assenza degli altri clan storici, quel concentrato criminale che un tempo federava la temibile Alleanza di Secondigliano? Licciardi, Mallardo, Contini, Lo Russo, Bocchetti: nomi che, se solo evocati nei quartieri periferici dell’area a Nord di Napoli, sono ancora capaci di incutere timore, se non in qualche caso addirittura ossequio. Gruppi che hanno scritto la storia criminale della città e che, oggi, si sono nella maggior parte sgretolati sotto i colpi delle offensive giudiziarie. Clan, oggi, senza più vertici. Clan, oggi, senza più vertici. I vecchi boss o sono morti o sono dietro le sbarre. Di Eduardo Contini ormai non si sa più nulla, dicono sia fuggito all’estero. E tuttavia sorprende un dato. Quel che resta del vecchio cartello criminale – l’Alleanza – ma soprattutto del gruppo che faceva capo a Gennaro Licciardi, ancora presente e attivo a Secondigliano, avrebbe deciso di non prendere posizione nella guerra in atto tra i fedelissimi a Paolo Di Lauro e il gruppo degli «scissionisti». Una sorta di «non allineamento criminale», che gli investigatori interpretano però come un fatto transitorio. E ora, con gli omicidi di ieri a Bacoli e a Castellammare, il rischio di un conflitto allargato ad ampie zone della città e della provincia si fa più concreto. Una bomba, la cui miccia potrebbe prender fuoco da un momento all’altro. Lo spettro al quale si guarda oggi è un possibile, improvviso allargamento del conflitto. Una guerra che, com’è già accaduto in passato, rischierebbe di far saltare accordi e equilibri sempre più precari, perché precario è – in questo momento – l’intero panorama che disegna la geografia criminale di Napoli. Oggi più che mai i clan nascono e muoiono in spazi temporali brevissimi. È un magma criminale – sottolineano in Questura – che disegna nuovi confini di potere e incorona seconde e terze file dei gruppi storici, conferendo loro la qualifica di boss. In realtà si tratta solo di ex gregari o addirittura cani sciolti che, pur di imporsi, agiscono senza limiti. Con questi presupposti, la sola ipotesi che la guerra di camorra possa estendersi al resto della città fa tremare le vene ai polsi. «È uno scenario al momento lontano – conclude l’investigatore – ma che dobbiamo tenere in considerazione». La camorra a Napoli non è solo Scampia e Secondigliano. A San Giovanni ci sono i Mazzarella, che oggi comandano anche a Forcella (Michele Mazzarella ha sposato la figlia di Luigi Giuliano, oggi pentito). Alla Sanità c’è Giuseppe Misso, a Ponticelli i Sarno. Nella zona occidentale, dopo il pentimento di Bruno Rossi, c’è altro movimento, ma resta forte l’impronta dei gruppi storici: i clan Cavalcanti, Sorprendente, Puccinelli e Crimaldi. E a Pianura resta il duopolio Lago-Marfella. Gli interessi criminali restano sempre gli stessi: dalle estorsioni all’usura, dal riciclaggio al traffico di droga. Non esistono più zone franche. E il business criminale, anno dopo anno, cresce e si fa sempre più ricco. Eccoli, i nuovi orizzonti della camorra. Tra silenzi e nuove alleanze, e mentre a Scampia è in atto una guerra, la camorra si riorganizza. E mentre si riorganizza, punisce chi parla. A Castellammare di Stabia, ieri sera, altro omicidio: ucciso Guglielmo Scelzo, fratello di un pentito. Un raid tra la folla: protervia e ferocia




BACOLI, RISTORATORE MASSACRATO DAVANTI AI CLIENTI



di ENZO CIACCIO


Bacoli
. Una raffica di 14 proiettili, otto sono andati a segno trapassando la vittima in modo atroce. «Esecuzione» di camorra: spietata, esemplare, stavolta consumata di domenica, all’ora di pranzo, in un ristorante flegreo, al cospetto di decine di clienti intenti a gustare vongole e pesce fresco nella bella sala che si affaccia sul mare, proprio di fronte al castello di Baia, con la vista sulle palme nane, la piscina di ribollente acqua termale, le piantine di origano che profumano fino a stordire. Ore 15: il chiacchiericcio del buon appetito. Nella sala, le teste chine sui piatti colmi di spaghetti profumati e solenni spigole al forno. Poi… un botto. E ancora altri botti. Ma chi è? Ma che è stato? È stato che stanno volando proiettili: quattordici, usciti dalla «357 Magnum» di un killer venuto da Secondigliano, accompagnato da due in un’auto. L’uomo, secondo la tesi più accreditata, è animato da un solo, inderogabile obiettivo: «castigare» l’ex compare traditore, prima amico e poi nemico, e dare così l’ennesimo esempio «a chi ancora non l’ha capita». La faida, la terribile faida fra i clan dell’area a nord di Napoli, quella che da settimane semina morte e terrore, è venuta in trasferta – puntuale e tragica – nel cuore dell’area flegrea. E ora sputa sangue sulle tavole imbandite. La vittima, Enrico Mazzarella, 47 anni, di mestiere chef e imprenditore, si sarebbe schierato con i nemici del boss Paolo Di Lauro, ex «re» di Secondigliano ora ripudiato dalle bande gregarie, stufe di signorsì e di eterna sudditanza. Ore 15.10, ristorante «Da Enrico fu Baia club», in località Scalandrone lungo la stradina a tornanti che scende sinuosa fino al molo di Baia e offre suggestioni da incanto: il killer giunge a bordo di un’auto con altri due a bordo. Uno resta alla guida. Gli altri entrano nel ristorante. Scusate, chi fra voi è don Enrico? Lui, Mazzarella, sta in cucina a preparare il pesce. Si volta, si sposta in una stanzetta attigua dove c’è la cassa. Freddo, il sicario spara. Una gragnuola tremenda, mentre in sala i clienti prima non capiscono, poi restano annichiliti per la paura. Un attimo, il killer si gira, esce e s’infila nell’auto con il suo complice. Calpestando sacrilego i rametti di origano. L’uomo alla guida mette in moto, stridìo di gomme lungo il vialetto che conduce giù fino alla strada a tornanti. Fantasmi a busta paga. Inutile cercare di ricostruirne i volti. La telecamera posta all’ingresso risulterà disattivata. Nel ristorante, resta un cadavere crivellato dai proiettili. E la paura. E le spigole nei piatti. E le tovaglie buone rattrappite sui tavoli, fra le sedie finite tutte all’aria nel fuggi fuggi da incubo. Enrico Mazzarella risulta legato al boss Rosario Pariante, originario di Secondigliano e poi trapiantato a Baia, dove da alcuni anni aveva preso casa e gestiva il business del pizzo in tutta l’area flegrea. Per molto tempo, in zona hanno pagato quasi tutti. E chi non ubbidiva, si ritrovava con il capannone ridotto a mucchi di cenere. Bei tempi, quelli, per la camorra locale che, secondo l’accusa, riusciva a «consigliare» perfino i nomi di coloro che «dovevano» essere votati alle elezioni. 17 settembre 2002: scatta «l’operazione cappero», un blitz antiracket nell’area di Bacoli. Undici i fermati, tutti della banda che fa capo a Pariante. Tra questi, c’è anche Enrico Mazzarella. Nel suo locale vengono sistemate microspie, la sua abitazione viene perquisita. Però Mazzarella non conosce il carcere, al contrario del suo capo che invece viene spedito in cella. Prima uomo del clan di Gennaro Licciardi detto ’a scigna, e dei Lo Russo, e ancora dei Di Lauro. La «carriera» di Pariante risulta legata a filo doppio con lo chef trucidato ieri. Di qui la deduzione: il killer sarebbe targato clan Di Lauro, lo avrebbero spedito in quel ristorante per punire l’uomo di Pariante, sospettato di essersi schierato con i cosiddetti «scissionisti». Ma quassù allo Scalandrone ormai s’è fatto l’imbrunire. Un uomo con aria da padrone tratta male i fotografi e spinge via i cronisti. Tono suadente. Modi spicci. A chi resiste, consiglia gelido: «Questa è proprietà privata: sentite a me, non è meglio se ve ne andate con le buone?…».





«Hanno chiesto: chi è don Enrico? Poi è stato l’inferno»


di PINO TAORMINA


Bacoli
. «I colpi erano così fitti che sembravano un’unica esplosione. Un inferno». Non ci sono testimoni che hanno visto, ma solo qualcuno che «ammette» di aver sentito prima la voce del killer che cercava «Don Enrico», poi gli spari che hanno ucciso Enrico Mazzarella, un ristoratore che nella zona di Baia e Bacoli era senza dubbio tra i più noti. Nessuno, pare, ha avuto il coraggio di affacciarsi dentro il piccolo salone dove i killer hanno crivellato di colpi il 47enne: i dieci clienti seduti nel locale con vista mozzafiato sul golfo di Pozzuoli, quando hanno capito quello che stava succedendo si sono nascosti sotto i tavoli del ristorante. E subito dopo si sono dileguati. A rompere il silenzio del grigio pomeriggio di via Scalandrone, il rumore delle sirene delle auto dei carabinieri che sono accorse sul luogo dell’agguato. Il ristorante «da Enrico» è uno dei più conosciuti ed apprezzati della zona flegrea. È separato dal porticciolo di Baia da una serie di tornanti: intorno non ci sono altre abitazioni. Più su, soltanto altri ristoranti. La gente nei bar della frazione di Bacoli è terrorizzata. Lo si capisce dai volti. E dal silenzio. Non parlano, fingono persino di non sapere quel che è successo a pochi metri di qui. C’è un pescatore sul molo. Dice: «Si è superato ogni limite, ora vengono anche da noi». Poca, pochissima gente in giro. I ristoranti che si affollano in riva al mare sono tutti semi-vuoti: «È normale in questo periodo, c’è la crisi ed ora i nostri clienti devono risparmiare», spiega Nicola, uno dei camerieri che lavorano sul molo. A due passi da qui, c’è il ristorante da «Cucchiaro» dove nel 1988 il proprietario Franco Guardascione venne massacrato da due spietati sicari della camorra. Un agguato che ricorda molto quello di ieri. Guardascione aveva un’unica colpa: quello di aver cercato di intromettersi in un tentativo di estorsione ai danni di un imprenditore amico. Enrico Mazzarella – solo Enrico, nessun soprannome – era una persona molto conosciuta. «Sì, lo conoscono tutti. Ma ora tutti diranno il contrario. Una persona che non ha mai dato fastidio a nessuno», dice un signore con la barba che porta a spasso il cane. Mazzarella, però, ricostruiscono gli inquirenti, nel 2003 è stato arrestato insieme ad altre 13 persone (tra queste anche il presunto boss Rosario Pariante detto ”chiappariello”) in una blitz coordinato dal pm Raffaele Marino. L’accusa era di associazione camorristica. Poche settimane e Mazzarella ritorna in libertà, riprendendo a gestire l’attività di ristorazione. A Bacoli, intorno alle 22, davanti alla caserma c’è il breefing delle forze dell’ordine. A coordinare le attività dei carabinieri della Compagnia di Pozzuoli e del Rono c’è il sostituto procuratore Alberto Cannavale. Fuori, più di quindici auto dei carabinieri. «È incredibile che la la guerra di Secondigliano sia arrivata anche da noi», si sorprende un gruppo di persone seduta sulle panchine della villetta comunale. E nessuno, proprio nessuno, riesce a nascondere le proprie paure.





Periferia contesa, a fuoco tre esercizi commerciali a Mugnano, Casavatore e Scampia



di MARISA LA PENNA





Il fuoco della camorra distrugge una concessionaria di auto a Mugnano, una sala giochi nella superblindata via Ghisleri di Scampia, una ”cornetteria” a Casavatore. E nella notte nuovo incendio doloso in uno dei palazzoni di via Fratelli Cervi, sempre a Scampia: le fiamme, al decimo piano, sono state subito sedate dai vigili del fuoco; avviate le indagini per capire quale fosse la famiglia bersaglio dell’ennesima intimidazione. Salgono così a tredici i raid incendiari messi a segno in una settimana nell’ambito della faida di Secondigliano. L’altra notte, nel mirino degli uomini del boss Di Lauro, la ”Autoccasioni”, rivendita di automobili i cui titolari sono imparentati con Giacomo Migliaccio, che gli investigatori indicano come uno degli «scissionisti» del clan di Ciruzzo o milionario, oggi indiscussa primula rossa della camorra. Ieri è stata la volta prima di una sala giochi, poi di una ”cornetteria” fatte bersaglio delle molotov nemiche. E infine l’incendio in via Fratelli Cervi. Nove le macchine distrutte nella concessionaria ”Autoccasioni” (contigua all’autorimessa in cui il 20 novembre venne freddato Biagio Migliaccio, 34 anni, cugino di Giacomo). Il raid alle 3 dell’altra notte, anche stavolta usate taniche di benzina. Giacomo Migliaccio, noto negli ambienti della mala come ”a femmenella”, è uno di quei fedelissimi di Di Lauro che a un certo punto ha provocato la scissione, il tradimento: è imparentato sia con i proprietari della concessionaria sia con quelli dell’autorimessa. Ieri sera l’attentato con molotov in una via Ghisleri assediata dalle forze dell’ordine, obiettivo un locale presumibilmente collegabile agli scissionisti: la sala biliardi è intestata a Rosa M. (il marito Carmine Capano fu ucciso in un agguato nove anni fa). Alle 21,30 altro attentato, stesse modalità, alla cornetteria ”Black and White” di via Domenico Morelli, a Casavatore: il negozio è di proprietà di un nipote 26enne di Vincenzo e di Cesare Pagano (quest’ultimo è l’esponente del gruppo degli scissionisti al quale l’altro ieri fu incendiata l’abitazione). Verso mezzanotte, poi, l’allarme per l’incendio in via Fratelli Cervi (Torre Rossa): sono giunte decine di chiamate al 115. Il fuoco divampava al 10° piano, sul pianerottolo che collega varie abitazioni. Molta paura, nessun ferito, danni contenuti. Indaga la polizia. Tredici attentati incendiari in una settimana. Una strategia di punizione nuova, con la quale il clan Di Lauro, secondo gli investigatori, sta portando avanti una spietata guerra contro gli scissionisti per il controllo del mercato della droga. Un attentato ancora più grave era avvenuto sabato, quando s’è sfiorata la strage: gli uomini di Ciruzzo ’o milionario hanno provocato una esplosione in una palazzina di Casavatore dove c’è l’appartamento – abbandonato da due mesi in tutta fretta – di Cesare Pagano, leader degli scissionisti, un tempo figlioccio del padrino. In quell’edificio altri quattro appartamenti di altrettante famiglie legate allo scissionista erano stati abbandonati due mesi fa. I sicari di Di Lauro hanno usato venti litri di benzina per un attentato che poteva provocare una strage di innocenti. Ben sapendo che la casa di Cesare Pagano e quelle dei suoi familiari erano disabitate. Nella palazzina sulla Circumvallazione di Casavatore abitavano, infatti, altri sette nuclei familiari che nulla avevano a che vedere con gli scissionisti. L’attentato alla cornetteria pure è riconducibile, dicono gli 007 della polizia, a una vendetta contro Pagano.






«La miccia sarà il gioco delle alleanze»



«Il rischio che il conflitto tutto interno al clan Di Lauro possa estendersi, contagiando altri gruppi criminali e nuove zone controllate dalla camorra, esiste. Per ora è solo un’ipotesi, certo, ma va presa in considerazione». Dieci anni trascorsi in Procura, alla Direzione distrettuale antimafia, consentono al pubblico ministero Giuseppe Narducci – oggi in servizio alla sezione Antiterrorismo – di poter analizzare e interpretare una situazione retta da meccanismi che a molti sfuggono. È ipotizzabile che la guerra di camorra che si combatte a Scampia possa prima o poi allargarsi ad altri gruppi? «È difficile fare una previsione su quello che succederà. Gli scenari criminali sono in movimento. Ma non c’è dubbio che il rischio di un’espansione del conflitto va tenuto in considerazione». Che cosa potrebbe accadere? «Tanto per cominciare dobbiamo tener presente che quello che sta succedendo a Scampia è frutto di una frattura interna ad un unico gruppo. Una guerra fratricida. E come tutte le guerre fratricide si combatte senza esclusione di colpi e in maniera particolarmente violenta. Ora potrebbe per esempio accadere che una delle due fazioni cerchi nuove sponde, sostegni, alleanze: che, se trovate, rischierebbero appunto di estendere il conflitto». Come si giustifica l’assenza dei gruppi “storici” sulla scena criminale di Secondigliano in questo momento? «Le famiglie che facevano parte dell’“Alleanza”, i Licciardi, i Lo Russo e tutti gli altri, sembra abbiano scelto di mantenere un atteggiamento non attivo. Almeno per ora. Ma non dimentichiamo che, in questo scontro, è coinvolto Paolo Di Lauro». Cioè? «Di Lauro è un personaggio la cui formazione criminale risale a molto tempo fa. “Ciruzzo” ha consolidato legami importanti con gli altri clan già dai primi anni ’80. E resta un personaggio che conta in quella zona. A meno di improbabili novità, credo sia difficile ipotizzare che gli altri clan decidano di girargli le spalle». Che cosa la colpisce di più in quello che sta succedendo a Scampia? «Lo stato di salute della città, ovviamente sul versante criminale. Anche perché esiste il rischio che, se non interverranno fatti nuovi, la grave situazione nei quartieri teatro della faida possa durare a lungo. Mi colpisce anche la velocità con cui si succedono gli episodi criminali: giorno dopo giorno registriamo nuovi fatti gravi. E con la mente non posso che tornare ad un altro periodo nero, quello che segnò il conflitto ai Quartieri Spagnoli tra il clan Mariano e il gruppo degli scissionisti». giu.cri.




IL MATTINO 6 GENNAIO 2004

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