Il direttore e l’editore di questo giornale mi hanno chiesto di tenere una rubrica (giornaliera, se mi riesce) di riflessioni brevi di vita e varia umanità con un occhio al mondo e l’altro alle radici di questo territorio. Ho accettato con piacere l’invito, sempre sorpreso dal fatto che a qualcuno interessi quello che penso, e che scrivo (se mi riesce). Ho deciso di chiamare la rubrica “mi domando e dico” perchè questa espressione contiene l’eco di una rabbia docile, incredula.
“Ma io mi domando e dico”, ripeteva mio nonno prima di raccontarmi qualcosa che lo aveva indignato. Questa espressione la usava anche Totò per sbeffeggiare qualche sua povera spalla. E mi domando e dico è anche la misura giusta per proporre ai lettori di InterNapoli qualcosa di alternativo alle quotidiane perle di saggezza (e chi ce le ha?) e alle mirabili visioni del mondo (tic nervoso degli editorialisti).
Per quanto mi riguarda, non ho lezioni da dare a nessuno e tanto meno chiavi oggettive di lettura. Nella mia testa, le domande sono più numerose delle risposte. Ed è proprio questo che vorrei fare: proporre domande, condividere gli interrogativi, coltivare i dubbi.
Cercare.
Un motto storico delle rivolte popolari sudamericane è “camminare interrogandosi”. Per cambiare – dicono i rivoluzionari latino-americani – è necessario non perdere (o riconquistare) l’abitudine a farsi domande. Interrogarci su noi, su quello che siamo, su quello che ci succede intorno, su quello che stiamo diventando.
Io vorrei fare questo cammino di domande con i lettori di InterNapoli, ribaltando il profilo di chi si fa chiamare pomposamente opinionista: non dare risposte, semmai farsele dare. (E per oggi la chiudiamo così).
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