“Il fuoco serve solo ad accendere emozioni. Se avvisti un incendio boschivo chiama il 1515 del corpo forestale dello stato”. Così suona la pubblicità allarmante del corpo forestale dello stato e del ministero per le politiche agricole e forestali.
Ma le cose non vanno sempre così, o almeno non come dovrebbero. Ero in Calabria per le vacanze estive e mai avrei pensato di assistere dal vivo al macabro spettacolo della distruzione di ettari di terreno incendiati da non si sa quale piromane assoldato per porre fine ai polmoni verdi di una delle nostre risorse turistico-ambientali più belle. Era di sera, leggevo l’ultimo libro di Veronesi, “Brucia Troia”. Il vincitore del premio strega parlava del progresso, delle zone ancora rimaste nel degrado e di come alcuni “disagiati” si procurano ancora oggi da vivere: con gli incendi. Leggevo di questa pratica che mi sembrava così inverosimile: quella del gatto incendiario. Funziona più o meno così: si cosparge di benzina il luogo da incendiare, si impregna di benzina anche una scatoletta di metallo al cui interno è il gatto di cui sopra, poi si accende un fiammifero, lo si getta nella scatola metallica, si tira la corda per aprirla e il gatto, impaurito per le fiamme, inizia a saltare ovunque scatenando l’incendio. Ne parlavo con alcuni amici commentando con un “spero sia solo finzione”. Ma, come negli spettacoli di meta-teatro all’avanguardia, la finzione è divenuta realtà sotto i nostri occhi e le montagne verdi di Falerna, Aiello Calabro, Nocera Terinese, hanno iniziato a bruciare. Fiamme altissime. A più di 20 chilometri di distanza le si poteva vedere perfettamente. Tutto prendeva fuoco: alberi, boschi e i ruderi che li circondavano. Sotto quei monti correva la Salerno- Reggio Calabria. Chiusa. Più di due ore bloccati nel traffico di ritorno dal mare perché “qualcuno sta dando fuoco all’ennesimo monte” – così ci ha spiegato la volante della protezione civile accorsa a portarci acqua per dissetarci sotto il sole cocente delle 15, sotto quei 42 gradi misti di afa e fumo.
Ma la sera ancora fuoco.
Tutti ormai guardavano lo “spettacolo” come se fosse normale, consuetudinario. Colta dalla disperazione ho preso a chiamare il famoso numero della forestale. Ho provato a chiamare per più di ¾ d’ora ma…occupato. Assurdo, dovrebbero essere sempre raggiungibili eppure il loro centralino continuava ad essere occupato anche dopo più di un’ora. Ho pensato di aver sbagliato numero ma una telefonata alle pagine gialle mi ha confermato, purtroppo, l’esattezza della mia digitazione. Così ho chiamato i carabinieri. Sconcertante. La loro risposta alla domanda su come rintracciare la forestale è stata: “Ci stiamo provando anche noi ma non riusciamo a rintracciarli. Ci sono troppi incendi e non possono correre ovunque”. E intanto i canadair continuavano a frotte a solcare il bellissimo cielo calabrese. Le montagne continuavano a bruciare.
Quel rogo è stato spento solo la mattina seguente ma subito dopo qualcuno, con quel gatto incendiario, aveva visto probabilmente qualche pezzo d’erba ancora incolume e si era subito adoperato per completare l’opera e bruciarlo.
Non potevo far altro che provare rabbia. O meglio, potevo solo provare rabbia. Impotente. Più che uno sfogo queste mie righe vorrebbero- con un po’ di presunzione- essere una breve denuncia. Non potrò mai sapere chi e perché ha inaridito i monti calabresi ma spero ci sarà sempre qualcuno capace ancora di indignarsi. A noi questo non capita più. Quando nel nostro hinterland si vedono e “si sentono” bruciare i cumuli di spazzatura misti a rifiuti tossici, ci sembra quasi normale o comunque all’ordine del giorno.
Un ragazzo coreano in visita a Giugliano per il campo di Libera, l’associazione di Don Ciotti, mi sconvolse quando, parlando del problema rifiuti, mi disse che anche nel suo paese la nostra terra è nota come “la terra dei fuochi”. Fama che di certo non ci fa onore.
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