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IL VUOTO SOTTO LE URLA

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Ormai ne parlano tutti e ne parlo anche io. Ce ne sarebbero di cose da dire su Beppe Grillo e sui temi da lui sollevati. Difficile fare ordine e dirle tutte. Magari ci torniamo su a più riprese. Adesso vorrei partire dalla sua proposta di legge di iniziativa popolare (perchè poi questo è stato il V-day: una raccolta di firme). Che cosa propone Grillo nella sua proposta di legge? Tre cose: 1) chi ha precedenti penali non può essere eletto parlamentare; 2) nessun parlamentare può restare in carica per più di due mandati consecutivi; 3) bisogna tornare alla preferenza per le elezioni politiche.
Vorrei dire la mia su tutte e tre le proposte. La prima d’acchitto sembra condivisibile. Chi vorrebbe un pregiudicato in Parlamento? Chi non si arrabbia di fronte a gente che si è macchiata di reati infamanti e oggi siede comodamente a Montecitorio e a Palazzo Madama?

Se però scaviamo nell’idea, si può fare una riflessione più completa. Uno dei fondamenti del nostro Stato di diritto è quello della pena come strumento di riabilitazione. Mi chiedo: se una persona ha commesso un reato, ha pagato la sua pena, ha utilizzato la pena per recuperare una riflessione su di sé e sui suoi errori; se alla fine di questo percorso restituisce se stesso alla società civile, perchè non dovrebbe essere candidato (non eletto ma candidato, perchè ad eleggerlo dovrebbe poi pensarci il popolo) al Parlamento?

Io trovo che un Paese che offre una opportunità di riabilitazione ai cittadini che hanno sbagliato è un Paese civile e democratico; uno Stato che mette all’indice in modo radicale e irrimediabile chi ha commesso un errore, somiglia spaventosamente a una organizzazione integralista e fanatica. Sancire per legge che un pregiudicato (chiunque, anche un ladro di mele, anche un ex tossidipendente che ha rubato per drogarsi e poi è guarito) non può fare il parlamentare mi sembra una spaventosa discriminazione, che mette i brividi per il suo contenuto razzistico ed emarginante.

La seconda proposta di Grillo mi lascia un‘amarezza simile. Per quale ragione, chi ha fatto due mandati non dovrebbe più sedere in Parlamento? Mi rendo conto che è irritante vedere parlamentari che stanno lì da 40 anni; mi rendo conto che tutti noi vorremmo spazi più ampi di rinnovamento e ricambio. Ma intanto possiamo mandarli a casa, non votandoli. E poi, mi chiedo, è proprio giusto mandare a casa, indiscriminatamente, chi in Parlamento ha maturato magari una militanza onesta, una competenza specifica, una conoscenza puntuale, una esperienza utile? Del resto tutta questa ansia giovanilistica mi mette i brividi. Grillo dice che una classe politica di settantenni non può costruire il futuro. Trovo questa espressione agghiacciante per il contenuto spregiativo e razzistico – ancora una volta – che contiene verso gli anziani, che nell’antica Roma e nelle comunità dei secoli scorsi erano i saggi, i depositari del sapere, i punti di riferimento per eccellenza. Chi dice che un giovane è, per sua natura, più capace di un anziano? E perchè uno alla prima legislatura è meglio di uno alla terza?

Mi sembra, francamente, una proposta priva di sostanza. E non mi pare sia questo il vero problema della nostra democrazia in crisi.

La terza idea – il ritorno alla preferenza – appare a prima vista sacrosanta. Le liste bloccate sono effettivamente odiose: il fatto che un manipolo di dirigenti produca a tavolino onorevoli da batteria da mandare in parlamento per servilismo all’apparato più che per consenso popolare è obiettivamente un fatto disdicevole. Ma siamo sicuri che la preferenza sia di per sé garanzia per il reclutamento di una classe dirigente migliore? Io sono favorevole al ritorno alla preferenza ma non mi sembra il caso di farne il crocevia della soluzione di tutti i mali; anzi, sarebbe il caso di ricordarsi anche dei rischi che la preferenza comporta. Ci siamo scordati del mercato clientelare dei voti, dei normografi, delle preferenze comprate? Ci siamo scordati che i professionisti della politica, quando si candidavano per l’ottava volta, pur avendo precendenti penali, prendevano decine di migliaia di preferenze.
Perchè la gente li votava?

Forse perchè quello che dice Prodi non è poi così sbagliato: “La società civile non è migliore della classe politica che produce”. Ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe per le lunghe, e che magari riprendiamo in un’altra occasione.

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