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LA CAMORRA
NON TEME NESSUNO
E CRESCE NEL SILENZIO

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Domenica mattina, a Marano, lo storico teatro Lily, diventato comunale e in procinto di essere riaperto, è stato intitolato alla memoria del giornalista Giancarlo Siani, giovane collaboratore del Mattino, ucciso all’età di 27 anni dalla camorra, per mano di un killer che è nato e cresciuto a pochi passi da quella sala. La decisione è stata presa dal vicesindaco Massimo Nuvoletti, d’intesa con l’intera amministrazione, e dall’assessore regionale Corrado Gabriele, originario di Marano, che sosterrà economicamente la struttura e le iniziative ad essa collegata. Gabriele, pochi giorni fa, ha portato il tema della lotta alla camorra nella piazza di Casal di Principe, insieme allo scrittore Roberto Saviano. Io credo che nessuno se ne avrà a male se mi abbandono a un lieve conflitto di interesse e segnalo la straordinaria importanza di una iniziativa a me vicina politicamente e anche umanamente, essendo amico sia di Nuvoletti che di Gabriele, e avendo condiviso con Siani il destino amaro dell’essere corrispondenti del Mattino da territori aspri. Io credo che vada dato merito ai politici che ho citato di impegnarsi molto per tenere al centro dell’agenda di questi territori il tema della lotta alla camorra; una lotta condotta non solo con le armi della repressione ma anche e soprattutto con il lavoro sulle coscienze. Il lavoro sulla cultura popolare e sul tessuto civile.

Noi che facciamo politica (e giornalismo) su questi territori sappiamo bene quanto costa e quanto è faticoso qui anche solo parlare di camorra. C’è una generale volontà di rimozione, e di minimizzazione. Si è costantemente impegnati in una sorta di esorcismo collettivo. Si guarda allo scippatore, al rapinatore, al ladro d’auto perchè ci danno fastidio da vicino; si evita di pensare alla grande organizzazione criminale. Quella che struttura il traffico di droga, il sistema capillare delle estorsioni; quella che ricicla il denaro in negozi di marca, in aziende alimentari, in imprese vincenti; quella che ha la complicità astuta e silenziosa dei professionisti, dei colletti bianchi che fanno finta di non sapere da dove arriva quel denaro, dei lavoratori che con queste aziende collaborano dimenticando da dove arrivano i capitali e trincerandosi dietro la necessità di lavorare. Quella che si infila subdola nella politica e nei gangli della società civile, mimetizzandosi e contando sulla voglia di non vedere, di non sapere, di fare finta che. La camorra, insomma. Quella che sembra esistere solo quando si spara e che, invece, quando non spara vuol dire che è ancora più forte.

Quando la camorra di Marano ha sparato a Giancarlo Siani non aveva bisogno di uccidere proprio lui. Aveva bisogno di uccidere un simbolo per dare un segnale. Colpirne uno per educarne cento. Siani era uno che scriveva e che stava ai fatti, alla cronaca. Non ha mai scritto niente di esorbitante. Stava nel suo ruolo. Ma scrivendo, aveva parlato di camorra, di alleanze, aveva fatto ipotesi su cartelli e collegamenti. La camorra di Marano era in difficoltà e sparò. Ne ha colpito uno per educarne cento. Ha funzionato. Oggi la camorra di Marano non spara. Non uccide nessuno. Sono molti anni che non uccide nessuno. Non uccide i pregiudicati nei regolamenti di conti. Ma soprattutto non uccide i politici, non uccide i poliziotti, non uccide i carabinieri, non uccide i giudici, non uccide la gente comune. Non uccide i giornalisti. Nemmeno li ferisce; e nemmeno li minaccia. Oggi la camorra di Marano è silenziosa. Qualcuno potrebbe pensare che non esiste. Invece – molto più semplicemente – ha smesso di trovare ostacoli. Non c’è nessuno che resiste. Non c’è nessuno che viene avvertito come un pericolo reale. Non c’è nessuno che dà fastidio. Non c’è nessuno che si mette in gioco. Non c’è nessuno che lancia la sfida (magari foss’anche solo per fare il proprio dovere fino in fondo). Non c’è nessuno disposto a giocarsi una partita vera, che dica un no serio, definitivo, non formale, alla criminalità organizzata, e a tutti i suoi tentacoli, le sue diramazioni economiche, politiche, commerciali, le sue lusinghe professionali, i suoi collegamenti, le sue ombre, le ombre delle sue ombre. Non c’è nessuno che possa essere un simbolo, soprattutto perchè non c’è nessuno più da educare.

Il sacrificio di Giancarlo è servito. Ma all’incontrario.

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