HomeVarieRUBARE PER MANGIARE È LEGITTIMA DIFESA

RUBARE PER MANGIARE È LEGITTIMA DIFESA

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A Roma, una donna di 38 anni, disoccupata, nubile con un figlio, occupa abusivamente un alloggio dello Iacp; viene denunciata e condannata in primo grado e in appello. Ma la Cassazione ribalta tutto: “Se una persona è in condizioni di vera indigenza, l’occupazione abusiva di un alloggio popolare non è un reato”.

Più o meno contemporaneamenta, a Cagliari, un uomo di 75 anni viene sorpreso dal titolare di un negozio di alimentari: nascendeva sotto la camicia un pacco di pasta e un pezzo di formaggio. “Con la pensione non riesco a vivere, ho fame, devo mangiare”, ha detto l’uomo in lacrime. Il titolare del negozio non lo ha denunciato, anzi gli ha regalato un po’ di viveri.

I due episodi richiamano l’attenzione sui problemi veri di una Italia dove la sofferenza sociale è a livelli di guardia (altro che doppio mandato per i parlamentari, legge elettorale, questione fiscale); una sofferenza che la politica sembra davvero incapace di cogliere pienamente e su cui nessuno riesce a costruire una piattaforma programmatica seria, credibile, concreta.

C’è una umanità dolente che trascina la sua esistenza nelle slabbrature di mille debolezze: gli affitti mangiano il 60 % dello stipendio (per chi ce l’ha); il costo della vita cresce il triplo delle retribuzioni (per chi ce l’ha); la precarietà devasta come un parkinson la vita di giovani che invecchiano nella stanzetta in cui sono stati bambini. Ce n’è abbastanza per una rivoluzione ma su questi temi il dibattito politico langue. Sì, certo, ci sono un po’ di schermaglie, un po’ di slogan, un po’ di fumo negli occhi. Ma una proposta seria, praticabile, concreta, articolata non si riesce a vedere.

E pochissimo, su questo, si muove anche nei welfare municipali. Cosa fanno i comuni nella loro azione sul sociale? Che fine ha fatto il reddito di cittadinanza che la Regione Campania aveva lanciato in via sperimentale? Che cosa si produce, sul tema delle povertà, nei piani di zona della 328 dalle nostre parti?

Mi piacerebbe ricevere una risposta dagli assessori alle politiche sociali del nostro territorio.
Sempre sull’incrocio tra lavoro municipale e povertà, la sentenza della Cassazione e l’episodio di Cagliari mi porta alla mente la stucchevole querelle sulla tolleranza zero. La Corte ha dato dignità giuridica alla violazione della legge in nome della povertà. “La casa – ha scritto la Cassazione – è un diritto fondamentale della persona; negare questo diritto è un attentato alla dignità e va considerato danno grave. Tutte le situazioni che procurano danno grave alle persone vanno equiparate alle lesioni personali”. In sostanza chi, per ragioni strettamente legate alla sua indigenza, commette un reato agisce in regime di legittima difesa. Senza casa, senza cibo, senza farmaci muoio e quindi mi difendo procurandomeli, anche se devo rubare. Come vedete, è un concetto rivoluzionario che dà un colpo secco ai teorici della tolleranza zero, quelli che vogliono sciogliere l’esercito contro i lavavetri, quelli che urlano contro i parcheggiatori abusivi (che fine hanno fatto le ganasce a Napoli?), quelli che invocano il rispetto assoluto della legge ignorando che, prima ancora della legge scritta, c’è la legge naturale che assegna all’uomo diritti fondamentali. La casa. Il lavoro. La salute. Se non me li riconosci, me li piglio da solo.

Curioso che per esprimere un concetto tanto elementare eppure così rivoluzionario sia dovuta arrivare la magistratura, in luogo di una politica pavida, stretta nei tatticismi da palazzo, asfissiata dalla paura di perdere il potere.

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