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LA WATERLOO DELLA CGIL TRA IL CASO DI CIRO CRESCENTINI E PARENTOPOLI SOSPETTE

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Il caso. Ciro Crescentini, da più di vent’anni sindacalista della
Fillea di Napoli, è stato licenziato dall’organizzazione. Secondo lui
per aver pestato i piedi a chi non doveva, secondo la dirigenza della
categoria solo per ragioni di normativa interna
Crescentini ha iniziato il suo lavoro alla Fillea-Cgil nel lontano
1982, uno dei primi giovani ad aver scelto questo tipo di impiego “per
vocazione, per militanza”. Venticinque anni spesi all’interno della
più grande organizzazione sindacale italiana, che si possono
concretizzare -forse riduttivamente- nelle 400 denunce presentate in
difesa degli interessi e dei diritti dei lavoratori.
“Essendomi formato politicamente nel Pci, in cui ho militato fin
dall’età di 13 anni, mi è stato insegnato ad affrontare la mia
professione con coraggio, a prescindere da governatori e
governo”,confessa ai cronisti. Una esperienza che si è conclusa negli
ultimi giorni con una lettera di licenziamento, nella quale la Fillea
lo ha sollevato dai suoi incarichi, o meglio con cui è stata sancita
“la risoluzione del rapporto fin qui intercorso”, per usare una
fraseologia burocratica, ma che non cambia il senso della decisione
presa dai vertici della categoria.

Secondo Crescentini, alla base di questa scelta non ci sarebbero
ragioni di ordine professionale, bensì valutazioni politiche che hanno
spinto il sindacato edile a liberarsi “di un personaggio scomodo”,
come dice lui stesso.

“Da ottobre del 2006 – racconta- comincia il mio calvario, quando
presento all’Ispettorato del lavoro di Napoli (all’attenzione del
dottor Trinchella) e alla sezione lavoro della Procura della
Repubblica di Napoli, una denuncia sul comportamento illecito che
avevo riscontrato in circa 15 cantieri della zona, soprattutto
cantieri dediti al restauro archeologico e artistico”. Fin qui nulla
di strano, visto che si tratta del suo lavoro. A distanza di qualche
mese, però, Crescentini si imbatte in una scoperta che lo lascia al
quanto perplesso. “Trovo infatti nell’ufficio del mio capo, il
segretario generale della Fillea Cgil di Napoli, Giovanni Sannino,
l’esposto da me presentato in ottobre con tanto di protocollo di
ingresso all’Ispettorato del lavoro. Allora -prosegue- chiedo
spiegazioni a Sannino del perché quell’atto si trovasse sul tavolo del
suo ufficio, chiedendo anche che venisse aperta un’inchiesta per la
fuoriuscita di un documento che avevo consegnato all’Ispettorato. Mi è
sembrato infatti chiaro che ci fosse stata una violazione della
privacy, ma anche del segreto istruttorio. Una violazione che, per
altro, esponeva la mia persona a rischio incolumità: chi mi assicurava
che quell’esposto non fosse finito nelle mani di aziende e ditte,
magari forse anche legate alla camorra?”.

Così, dopo questa scoperta, il 30 novembre Crescentini racconta di
aver ricevuto una lettera da Sannino, in cui il segretario della
Fillea Cgil di Napoli gli comunica che il documento gli era stato
consegnato da Luigi Petrucciolo, segretario della Camera del Lavoro.
Il quale lo avrebbe ricevuto a sua volta dallo stesso Trinchella
(Ispettorato del Lavoro, ndr). Una circostanza che lui stesso
definisce “gravissima”, e che lo spinge a rivolgersi alla Procura per
denunciare l’Ispettorato del lavoro per violazione della privacy e del
segreto istruttorio. E allora? “Allora il 31 dicembre alle 18 mi
arriva una e-mail di Sannino, in cui mi fa sapere che sono stato
rimosso dal mio incarico, di base senza motivi effettivi”. Comincia
così una corrispondenza fra il sindacalista e il segretario
napoletano, che arriva fino ai primi di luglio 2007, quando a
Crescentini è comunicata la sua nuova mansione sostitutiva. Spiega lui
stesso: “è Ciro Nappo del dipartimento organizzazione che mi avverte
che la mia nuova collocazione sarebbe stata alla Cassa edile come
terzo livello, cioè quattro livelli sotto al mio, che sono attualmente
quadro dirigente”. Rendendosi conto che si stava applicando un
demansionamento, gli vengono offerti quasi come rimborso 150mila euro.
Che lui però rifiuta, perché “sono soldi dei lavoratori e perché non
mi svendo”, dice. Da allora si arriva direttamente al 21 settembre
2007, giorno in cui gli viene recapitata la lettera di “risoluzione
del rapporto”, e in cui si afferma anche di avergli proposto soluzioni
alternative, che però secondo Crescentini non esistono, tanto che
procede ad impugnare il provvedimento: una battaglia legale ancora in
corso. Soprattutto perché, nella sua ottica, “le grandi industrie e
aziende, con cui per altro ho avuto a che fare per 25 anni, i
licenziamenti li portano a termine in modo più intelligente di quanto
ha fatto la Cgil con me”.

Il caso secondo i vertici della categoria però non esiste. Come
dichiarato in un comunicato stampa dal segretario nazionale Franco
Martini, infatti, la vicenda Crescentini è semplicemente il frutto
dell’applicazione “delle regole fondamentali che fondano la vita dei
gruppi dirigenti in Cgil” e in particolare “la mobilità degli
incarichi”. Il riferimento è al fatto che una norma sindacale fissa ad
otto anni la durata massima degli incarichi esecutivi: perciò i
vent’anni di Crescentini appaiono un fuori tempo massimo, anzi
“un’eccezione della quale solo una esigua minoranza ha potuto godere”,
afferma la dirigenza di categoria, che ci tiene poi ad allontanare
l’ombra di qualsiasi “imbavagliamento di una voce scomoda”.

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Una tesi che non convince il protagonista della vicenda, secondo il
quale il suo licenziamento sarebbe soltanto l’attuazione della volontà
di Michele Gravano, segretario regionale della Fillea Cgil. “Sannino è
solo un esecutore -afferma Crescentini- perché chi vuole la mia testa
è Gravano”. La sua è una constatazione amara, che si è nutrita
dell’isolamento subito all’interno dell’organizzazione, la quale in
Campania, dice, “è troppo legata al potere politico, ma soprattutto è
comandata da un solo uomo: Michele Gravano appunto. Una figura che non
si è mai distinta per autonomia rispetto alle istituzioni e alla
Regione”.

Per Crescentini è infatti chiaro che le sue reiterate denunce a tutela
dei lavoratori, senza curarsi degli interessi politici o clientelari,
non sono state gradite da molti personaggi di spicco locale.
Eppure, nonostante questa consapevolezza, la Cgil resta per lui “un
grande amore”, che vorrebbe però “venisse seriamente ripulita, anche
per i gravissimi casi di parentopoli che si sono verificati
nell’organizzazione in Campania”.




MARCELLO CURZIO

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