HomeVarieLA CRIMINALITÀ UCCIDEE LA POLITICA MUORE

LA CRIMINALITÀ UCCIDE
E LA POLITICA MUORE

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Un tabaccaio viene ucciso da un rapinatore mentre va a portare l’incasso in banca; una donna viene ammazzata di botte (letteralmente) da un ladro mentre se ne sta tranquilla a casa sua. La proprietaria di un supermarket viene “accecata” da una scarica di pallettoni sparati da un ladro violento e maldestro. Quella che qualcuno si ostina a chiamare microcriminalità ha invaso le nostre strade, come i liquami dopo un temporale.

Siamo tutti a rischio. I nostri genitori, i nostri fratelli, i nostri figli. Noi. Viviamo in uno stato di guerra, col sorriso sulle labbra. Esci a fare la spesa e puoi non tornare più a casa. Come a Baghdad. Succede a Sant’Antimo, ad Afragola, a Giugliano. Ma potrebbe succedere ovunque. A Melito, a Marano, a Qualiano. Bande di criminali hanno preso possesso – anche fisicamente – delle nostre strade, dei marciapiedi, degli spazi. Ci entrano in casa, ci seguono, ci controllano, ci intimidiscono. E lo Stato? Il potere? Le istituzioni?

Leggo con attenzione la dolente intervista che il sindaco di Villaricca ha rilasciato al Mattino e mi chiedo se non è il caso di chiudere bottega. A che serve una istituzione pubblica se non ha risposte da dare ai cittadini su un fatto cruciale?

Il tema è indubbiamente complesso e non si può chiedere a un sindaco di risolverlo da solo. Nessuno di noi ha soluzioni comode in tasca. Tuttavia, proprio i sindaci e con loro assessori e consiglieri comunali – così solerti nel riempirsi la bocca di proclami e il petto di medaglie quando le cose vanno bene – devono sentire il dovere di fare qualcosa. Di agire. Invece – e lo dico con dolore perchè ne sono partecipe – io vedo la politica locale inerme e paralizzata.

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Anche questo è un discorso complicato: voglio essere cauto. Conosco le difficoltà legate al governo di questi territori e io stesso mi sento spesso inadeguato. Ma non posso non chiedermi, di fronte al terrore della gente, e di fronte a certi teatrini istituzionali, che fine ha fatto la politica?
Ho la sensazione di una colossale, mostruosa, distanza tra i bisogni delle persone e la capacità della politica di tradurli in progetti. Fatevi un giro nei Consigli comunali della nostra zona: troverete decine di uomini intenti – per lo più in un italiano incerto – a lanciarsi accuse su questioni minimali. Si guerreggia sui dettagli, ci si rinfaccia errori, incapacità. Io sono meglio di te, tu sei peggio di me. Io ho fatto tanto, tu non hai fatto niente. Io ho fatto miracoli, tu hai fatto solo guai. Si agita la spada, si snocciolano dati, si fa la voce grossa. Si gioca a chi minaccia prima l’altro. Si va in scena, insomma, sistematicamente con il teatrino dell’iosono-tusei. E ognuno è convinto di essere meglio dell’altro. C’è chi gode perchè ha messo in difficoltà l’avversario; chi si esalta perchè i conti non tornano. C’è chi è in carica e fa la voce grossa, e ci sono i sepolcri imbiancati che dicono “quando c’ero io…”.

E tutti discutono con un’enfasi irreale, come se fossero su un altro pianeta. Mentre tutt’intorno il territorio muore, e la gente pure.

A volte mi chiedo – guardando questo teatrino – se qualcuno ogni tanto si ricorda che al di là delle scaramucce, della vanità, dell’orgoglio, delle carriere, della virulenta difesa di sé, della propria poltrona o della propria dimenticata memoria, c’è una sola grande richiesta che viene fatta alla politica, ed è quella di interpretare i bisogni e farne progetto. Dove sono le amministrazioni comunali? Al di là del fumo che ci buttano e si buttano negli occhi, dove sono le amministrazioni comunali sui nostri territori?

Oggi la gente della nostra area vive (e muore) su due grandi questioni, che si intrecciano clamorosamente tra loro: la sicurezza e la povertà. Mi piacerebbe vedere la politica accapigliarsi di idee su queste cose; cercare fuoriosamente soluzioni, elaborare proposte. Mi piacerebbe vedere le maggioranze e le minoranze discutere su questo nei Consigli comunali. E poi magari scannarsi in un contradditorio aspro su queste proposte, dividersi sui punti di vista, guardare ai problemi, alle soluzioni, interrogarsi. E quindi anche litigare. Ma su questo.

Invece si litiga (o si finge di litigare) sulle procedure, sulle virgole, sulle paroline, sulla diffamazione reciproca. Sull’ardore delle opposizioni di opporsi a tutto e delle maggioranze di difendere tutto, sull’ansia dei nuovi politici di urlare al cambiamento, infangando il passato e sull’esaurimento nervoso dei vecchi politici di difendere la memoria di sé e infangare il presente.
Tutto questo non interessa che ai protagonisti. Solo a loro. A nessun altro che a loro.
Come comari da cortile, la politica paesana si accapiglia su quella che un mio amico definirebbe “sfravacatura”. E tutto questo mentre cresce lo scoramento e verrebbe voglia di chiedere alla politica locale un minuto di riflessione. Un minuto di silenzio. Non per ricordare ipocritamente le vittime della criminalità. Ma per riflettere su se stessa, sulla propria inadeguatezza.
Un minuto di raccoglimento per la morte della politica.

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