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sabato, Maggio 18, 2024
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La storia dell’evasione dal carcere del boss Moccia e di Cesare Battisti

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Nelle carceri le vite dei detenuti si intrecciano in una dimensione comune nella quale lo spazio e il tempo seguono regole diverse rispetto alla vita libera. I pasti, l’ora d’aria e il tempo trascorso in cella sono comuni a tutti o quasi, purtroppo, la cronaca è piena di odiosi favori ai reclusi ricchi e potenti. E’ innegabile che il processo conformista insito nelle misure detentive, talvolta, trasforma le abitudini dei condannati. Nonostante ciò la sorte degli uomini, dalla diversa estrazione criminale, può legarsi in modi inaspettati.

L’EVASIONE DEL BOSS E DEL TERRORISTA: UN COMMANDO IN AZIONE

Il 4 ottobre del 1981 alle ore 13:56 una donna entrò nel carcere di Frosinone. Lei avrebbe dovuto depositare dei soldi per un detenuto ma il suo piano emerse solo dopo, infatti, fu accompagnata da altri tre uomini armati di pistola pronti ad entrare in azione. L’assalitrice riuscì ad immobilizzare il primo agente di custodia e in dieci minuti il commando bloccò 8 agenti e 3 donne in fila per il colloquio. Un’altra persona tenne sotto tiro la polizia penitenziaria mentre gli altri irruppero fino al cortile dove i reclusi passano l’ora d’aria. Proprio lì che vengono trovati i due uomini da liberare: Cesare Battisti e il boss di camorra Luigi Moccia. Il membro Proletari Armati per il Comunismo si trovava nel penitenziario da 4 mesi.

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Prima di fuggire verso l’Abruzzo, il gruppo d’assalto lanciò una bottiglia incendiaria che non esplose mentre all’esterno della struttura c’erano ad attenderli altri due complici. Inizialmente le indagini si diressero verso i familiari degli evasi, dopodiché prese corpo la pista del terrorismo.

Due giovani detenuti per reati comuni nel carcere di Frosinone sono evasi nel pomeriggio con l’ aiuto di alcuni complici armati di pistola. I due detenuti sono Cesare Battisti, di 26 anni, e Luigi Moccia, di 24. Secondo le prime informazioni, i due si sarebbero incontrati nella sala dei colloqui con i loro complici che, estratte le pistole, avrebbero obbligato gli agenti di custodia ad aprire i cancelli”, così descrisse l’Ansa l’evasione dei due anomali compagni di ventura.

L’EPILOGO PROCESSUALE

Nel marzo del 1982 a Frosinone si tenne il processo nei confronti delle 10 persone che parteciparono, organizzarono o favorirono l’evasione. Alla fine del dibattimento il presidente della Corte Fausto Zapparoli, giudici a latere Rodolfo Messina e Giovanni Ferri, e con il pm Paolino Dell’Anno, condannarono anche Moccia e Battisti a 5 anni di reclusione.

IL RUOLO DI LUIGI MOCCIA NEL CARTELLO CRIMINALE

Secondo l’ultima inchiesta dei magistrati, link di approfondimento, condotta contro Angelo, Luigi, Antonio Moccia e il loro cognato Filippo Iazzetta emerge il loro ruolo di dirigenti e promotori dell’omonimo clan, costituendone, de facto, il direttorio della confederazione criminale. La carica di vertici assoluti e indiscussi veniva esercitata anche durante la loro detenzione nei penitenziari, infatti, in quei periodi riuscivano a trasmettere i loro ordini grazie ai colloqui con i familiari liberi. Dunque i membri della famiglia Moccia avevano poteri direttivi, strategici ed indirizzo sugli affiliati. I livelli inferiori del clan erano a subordinati in una scala gerarchica.

All’occorrenza il loro potere veniva esercitato anche attraverso i tipici metodi dell’azione dell’ala criminale. Compiti appartenente svolti dai vari sottogruppi designati al comando delle cittadine dell’hinterland di Napoli. I boss erano molto attenti agli aspetti imprenditoriali, infatti, impartivano direttive e stanziavano ingenti somme di denaro frutto dei delitti commessi. I vertici concordavano le linee strategiche organizzative e operative criminali, inoltre decidevano anche gli assetti dei gruppi dirigenti di volta in volta individuati. L’obiettivo del gotha dei Moccia è mantenere, anche dal carcere, la direzione del clan e la supremazia sugli affiliati.

UN POTERE A DISTANZA

Il referente criminale dell’organizzazione è nominato dal “gruppo dirigente” della famiglia Moccia: la vedova di Anna Mazza, deceduta per cause naturali, e dai suoi figli Angelo, Luigi, Antonio e dal genero Filippo Iazzetta. Pur essendosi apparentemente allontanati dal quartier generale il nucleo familiare assumeva un atteggiamento di maggiore prudenza, infatti,  continuava così a dirigere gli affari a distanza. Fondamentale per il gruppo la figura di uno schermo protettivo, cioè un coordinatore del clan.

All’uomo di fiducia arrivava riservatamente il volere dei capi sulle questioni di maggiore importanza associativa ed in cambio riceveva un’ampia autonomia. Così i Moccia provavano a ridurre così al minimo il rischio di eventuali coinvolgimenti nelle attività investigative. Invece i magistrati riuscivano a dimostrarne la loro partecipazione alle dinamiche criminali di un’associazione camorristica fondata 40 anni fa.

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Alessandro Caracciolo
Alessandro Caracciolo
Redattore del giornale online Internapoli.it. Iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2013.
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