Due episodi ravvicinati, le minacce agli operai e poi l’uomo trovato davanti alla porta di casa. Emergono nuovi particolari dall’ordinanza con cui il GIP del Tribunale di Napoli ha disposto la custodia cautelare in carcere per Carmine Guarino, 51 anni, e Antonio Siviero, 31 anni fratello del ras Francesco, accusati di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. I due, secondo la ricostruzione contenuta nel provvedimento, avrebbero agito evocando il gruppo criminale degli Amato-Pagano.
La vicenda nasce dalla denuncia presentata il 22 maggio 2026 da una proprietaria di un’abitazione a Melito, dove nel mese di marzo erano stati avviati lavori di ristrutturazione.
Secondo quanto riferito dalla donna ai carabinieri, i lavori erano stati affidati a un suo parente, titolare della ditta impegnata nell’intervento. Il 21 maggio, però, uno degli operai, al termine della giornata lavorativa, sarebbe stato avvicinato mentre si trovava alla guida della propria automobile.
L’«imbasciata» all’operaio
L’episodio, secondo la denuncia e le successive dichiarazioni raccolte dagli investigatori, sarebbe avvenuto nella zona di via Di Giacomo. Un uomo con il volto parzialmente coperto da cappuccio, mascherina e altri indumenti avrebbe chiesto all’operaio se stesse lavorando presso l’abitazione della donna.
Dopo aver ricevuto una risposta affermativa, sarebbe arrivata la richiesta: «Vi posso fa’ un’imbasciata? State lavorando a casa della signora Omissis? Dite alla signora che deve venire dai guagliun’ e Melito».
L’operaio avrebbe immediatamente intuito la natura intimidatoria del messaggio. Impaurito, avrebbe riferito l’accaduto e successivamente fornito agli investigatori la descrizione dell’uomo.
La proprietaria dell’abitazione, informata di quanto accaduto, avrebbe vissuto momenti di forte preoccupazione. Il marito sarebbe stato immediatamente avvisato. La donna si sarebbe inoltre rivolta all’associazione antiracket Casale Battaglini, ricevendo indicazioni sulla necessità di formalizzare la denuncia.
L’uomo davanti alla porta di casa
Nella ricostruzione contenuta nell’ordinanza c’è poi un secondo episodio che avrebbe ulteriormente allarmato la donna.
La mattina del 22 maggio, intorno alle 11.40, La vittima sarebbe arrivata davanti alla porta della propria abitazione quando avrebbe trovato ad attenderla un uomo.
La malcapitata lo avrebbe descritto come una persona di corporatura normale, alta tra un metro e 75 e un metro e 80, con carnagione scura e occhi scuri. Indossava jeans e una felpa nera e aveva il volto parzialmente coperto dal cappuccio e da una mascherina chirurgica.
L’uomo le avrebbe rivolto una frase in dialetto napoletano: «Nun sit venuta».
Secondo quanto riportato nell’ordinanza, non avrebbe specificato dove la donna avrebbe dovuto recarsi. Questa, intimorita, avrebbe risposto che il marito non era ancora rientrato dal lavoro e che si sarebbero recati quella sera.
Dopo questo episodio la donna si sarebbe nuovamente rivolta ai carabinieri per formalizzare la denuncia.
Le telecamere ricostruiscono gli spostamenti
Le indagini avrebbero poi trovato un importante riscontro nei sistemi di videosorveglianza presenti nella zona.
I carabinieri hanno acquisito e analizzato le immagini delle telecamere comunali e degli esercizi commerciali situati nei pressi dei luoghi interessati.
Dalla ricostruzione riportata nell’ordinanza emerge che, inizialmente, una persona rimasta non identificata avrebbe parcheggiato una Honda Transalp bianca in via Di Giacomo, nei pressi di un panificio.
Pochi minuti dopo, secondo gli investigatori, Antonio Siviero avrebbe preso possesso della moto e si sarebbe ricongiunto con Carmine Guarino. I due si sarebbero quindi allontanati insieme in direzione di via Matteotti.
È proprio attraverso la sequenza delle immagini che gli investigatori avrebbero ricostruito la fase centrale dell’episodio contestato.
Secondo l’ordinanza, arrivati nei pressi della concessionaria, Guarino sarebbe sceso dalla moto mentre Siviero sarebbe rimasto alla guida, con il compito di sorvegliare la scena.
Guarino avrebbe quindi raggiunto l’auto condotta dall’operaio e ne avrebbe bloccato la marcia all’incrocio tra via Matteotti e via Michelangelo, rivolgendogli la richiesta estorsiva.
Subito dopo, sempre secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe risalito sulla moto condotta da Siviero e i due si sarebbero allontanati insieme.
Per il GIP gravi indizi sull’accusa
La ricostruzione degli investigatori è stata ritenuta dal GIP idonea a sostenere, allo stato degli atti, la contestazione di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Il giudice evidenzia nell’ordinanza il collegamento tra le dichiarazioni della persona offesa, quelle dell’operaio e i filmati di videosorveglianza acquisiti durante le indagini.
Particolare rilievo viene attribuito alle espressioni utilizzate durante l’intimidazione, ritenute riconducibili a un contesto criminale operante sul territorio. Nell’imputazione cautelare viene contestata anche l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis.1 del codice penale, con riferimento alle modalità mafiose e alla finalità di agevolazione della consorteria indicata nel provvedimento.
Il GIP ha inoltre ritenuto sussistenti le esigenze cautelari, richiamando anche la recidiva contestata ai due indagati e il rischio di reiterazione dei reati. Per entrambi è stata quindi disposta la custodia cautelare in carcere.
Guarino e Siviero sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.


