Il feretro del piccolo Domenico è da poco giunto nella cattedrale di Nola. Il carro funebre scortato dalle forze dell’ordine è stato salutato da un lungo applauso. A pochi passi la mamma e il papà, distrutti dal dolore, tante le persone che sono scoppiate in lacrime. Alcune donne indossano una maglietta bianca con la foto del bimbo e la scritta ‘il nostro guerriero’ . Sul sagrato il sindaco di Nola, Andrea Ruggiero, e alcuni sindaci del circondario.
Salendo le scale del sagrato il papà di Domenico ha voluto sorreggere la bara che all’interno della cattedrale è stata posta dinanzi all’altare maggiore. In pochi minuti la chiesa si è riempita. Tante le persone che sono giunte anche da Napoli. Sul sagrato, intanto, continuano ad essere deposto fiori bianchi. ‘Resterai sempre nei nostri cuori’, si legge su uno striscione.
Il testo dell’omelia del Vescovo di Nola, mons. Francesco Marino.
Fratelli e sorelle tutti nel Signore,
nostri carissimi papà Antonio e mamma Patrizia,
in questa chiesa cattedrale, casa comune di tutta la diocesi, oggi ci stringiamo a voi in un
abbraccio profondo e sentiamo anche realmente nostro il vostro immane dolore. Il vostro
bambino Domenico, infatti, in queste lunghe e atroci settimane è diventato un po’ figlio di
tutti noi; e se è vero che i figli sono “pezzi di cuore”, anche quello di ciascuno di noi, come
quello vostro di mamma e di papà, si è spezzato nel dolore di questa assurda tragedia. Come
ci suggerisce il vangelo proclamato, siamo noi tutti, quale comunità cristiana e civile insieme
con voi genitori, quella madre, la vedova di Nain, che accompagna alla sepoltura il suo
unico figlio e che viene incontrata da Gesù.
L’evangelista Luca nel brano che abbiamo appena ascoltato (Lc 7,11-17), descrive una
grande folla, come noi in questo momento, divisa in due cortei: il primo è una “via crucis”,
in essa vediamo la nostra strada della croce che ci affianca come cirenei sul vostro calvario.
A cadenzare il passo è, purtroppo, la morte di un giovane figlio. Un futuro che sembra
chiudersi per sempre, una speranza ormai spezzata. Una sofferenza che si assomma: questa
donna non ha più passato e non ha più futuro. Anche noi ci avvertiamo immediatamente
catapultati in questo corteo funebre. Non sappiamo neanche più chi siamo: la lingua
italiana, infatti, non ci dà neanche un nome, perché un figlio senza genitori è orfano, ma la
perdita del frutto del proprio grembo è così atroce che le parole stesse si tacciono come nei
tabù.
Scorrono davanti ai nostri occhi, inondati di lacrime, le immagini di questi mesi:
prima l’affannosa speranza del trapianto, il desiderio di un’esistenza nuova, la prospettiva
di donare una vita bella a Domenico; poi tutto si è infranto, come una mareggiata, contro gli scogli del fallimento e la durezza fragile di quel cuoricino che, non riuscendo mai a battere, ci ha agghiacciati nel dolore.
In mezzo a noi sentiamo vicina anche l’altra madre che, perse inizialmente le proprie
speranze, aveva voluto generosamente donare il cuore del proprio figlio Moritz con il
desiderio di farlo battere ancora in un’altra vita; anche lei piange con noi e soffre due volte
in più. I sentimenti umani che si agitano in questo momento – forse comprensibilmente, e
non dobbiamo spaventarcene – sono di rabbia, di delusione, di atroce spasimo. Ci chiediamo
“perché?”, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato
soffrisse come ha sofferto Domenico… Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri
cattivi – ne sono certo – finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle,
perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la
sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto
non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento
appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere
giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra
cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato
lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello
Spirito d’amore.
È per questo che, come vescovo e testimone del vangelo della morte e risurrezione di
Gesù, sento dal cuore il bisogno e il desiderio di indicarvi quell’altro corteo che vediamo
nell’annuncio che abbiamo ascoltato: il corteo della Pasqua con a capo il Figlio di Dio, il
Giovane di Nazareth con i suoi discepoli che si avvicinano al ragazzo di Nain. Vi chiedo,
con delicatezza e paternità, il coraggio della scelta: vogliamo continuare a tormentarci nel
corteo della morte o vogliamo trovare ora la forza di metterci dietro il nostro Maestro che
accosta questa piccola bara bianca da un’altra prospettiva, quella della vita?
Gesù – ci dice Luca – vedendo quella madre “fu preso da grande compassione”. La
prima cosa che Dio fa davanti al dolore non è spiegare, ma condividere. Non offre una
teoria, ma una vicinanza. Gesù si avvicina, tocca la bara, entra nella scena della morte, non
scappa, ci chiede di non piangere, ma di fidarci di lui. Oggi possiamo credere che Gesù si è
avvicinato anche al letto di ospedale, alla sala operatoria, alle ore cariche di attesa e di paura.
Era lì, nel silenzio dei corridoi, nel battito fragile di quel piccolo cuore. E quando quel cuore
si è fermato, l’amore di Dio non si è fermato.
Siamo certi, come abbiamo pregato con le parole del Salmo 34, che “Il Signore è vicino
a chi ha il cuore spezzato”. Oggi questa Parola è vera in modo particolare per voi genitori, per
la vostra famiglia, per tutti noi. Dio, che è Padre, è vicino nel pianto, nella stanchezza, nelle
domande che ci gridano dentro: “Perché?”. Lui solo può comandarci: “Non piangere!”.
La Parola del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, ci ha
consegnato una promessa: “Il Signore asciugherà le lacrime su ogni volto” (Is 25). Non dice che
oggi non piangeremo. Dice che le nostre lacrime non sono l’ultima parola. C’è un giorno
preparato da Dio in cui la morte sarà vinta definitivamente. E l’apostolo Paolo nella seconda
lettura ci ha ricordato: “Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza circa quelli che sono morti, perché
non siate tristi come gli altri che non hanno speranza” (1Ts 4,13). Noi siamo tristi, sì.
Profondamente. Ma non siamo senza speranza. Perché Gesù, toccando ora questa piccolabara bianca, come quel giorno il feretro a Nain, ci restituisce nella dolce speranza Domenico,
come restituì quel figlio a sua madre. Ce lo restituisce già in maniera nuova, ma non meno
reale; non in quel corpicino, ma in una memoria viva che nel tempo abbiamo il dovere di
custodire e raccontare negli anni che verranno; proprio come tu, cara mamma Patrizia, con
tutte le tue forze, ci stai gridando nel tuo esemplare e composto dolore.
L’evangelista conclude il racconto dicendo che il ragazzo si mise seduto e cominciò a
parlare. Sì, anche Domenico ci parla ancora! Anche lui come i santi Innocenti martiri della
strage di Erode, ci lascia un messaggio che ricorderemo per sempre. Senza poter parlare,
oggi ci canta quella bellezza collaterale alla tragedia che ci ha frastornati.
Mi sono chiesto: possiamo raccogliere con pietà qualcosa di bello in questa triste
vicenda, perché realmente trionfi la vita e non vinca la morte? Tra le tante bellezze collaterali
ne vorrei sottolineare alcune. Domenico ci parla del calore della nostra gente, dell’empatia,
di un popolo che è capace ancora di farsi prossimo, nonostante tutto. Voi genitori avete
sperimentato da parte di tantissimi che, anche solo con un fiore, con un abbraccio, un gesto
di vicinanza, hanno desiderato farvi sentire meno soli. Abbiamo pregato con voi qui in
cattedrale, nella vostra parrocchia della Stella, in molte case e comunità.
Carissimi Antonio e Patrizia, ci avete ricordato che il dolore ha bisogno di essere
condiviso, perché da soli non si può portare un peso così grande. Domenico, poi, ci ha
ricordato la fragilità del cuore umano. Bisogna aver cura di ogni cuore, accostare la vita
degli altri con delicatezza e sensibilità! Dobbiamo riscoprire la responsabilità di farci carico
del cuore degli altri e dobbiamo sapere che quando si mette mano ai sentimenti altrui, si sta
toccando un “organo” delicatissimo per il quale ci vuole competenza, prudenza e amore.
Mi pare, inoltre, che Domenico ci parli ancora, continuando a incoraggiarci sul
delicato tema della donazione degli organi. La sua storia ci racconta la generosità di genitori
che hanno donato un cuore e di altri che ne hanno sperato da tempo la compatibilità.
Incoraggiamo la donazione degli organi come gesto di grande amore e generosità.
Continuiamo a credere nella buona medicina, nella formazione scientifica ed etica e non
permettiamo agli errori umani, che pur ci sono stati, di spezzare quell’alleanza fiduciaria tra
medico e paziente che è un valore necessario e che, come sappiamo, si rivela occasione di
salvezza per tantissimi ammalati nei nostri ospedali, i quali – ricordiamolo sempre – sono
delle eccellenze sanitarie. Se tutti possiamo sbagliare, questa dolorosa vicenda deve
insegnarci l’umiltà di non sentirci mai onnipotenti, anche quando siamo molto competenti.
I miracoli li fa solo il Signore, noi siamo fragili e quando ci sentiamo troppo sicuri di noi
stessi diventiamo fallaci.
Cari fratelli e sorelle, Gesù ha detto anche a Domenico: “Giovinetto, dico a te, alzati!”.
Quel gesto è un segno, un anticipo della risurrezione. Noi oggi non vediamo quel miracolo
come ce lo aspetteremmo con i nostri occhi umani. Ma, con gli occhi del cuore, crediamo che
la risurrezione di Cristo ha operato qualcosa di più grande di noi: Domenico vive per
sempre con il Cuore di Cristo! Il suo piccolo cuore, che ha sofferto tanto, ora riposa nel Cuore
grande di Dio. E quel cuore non conosce fallimenti, non conosce interventi andati male, non
conosce morte.
Carissimi Antonio e Patrizia, a voi e ai vostri figli e a tutti i vostri familiari vorrei dire
con rispetto e affetto: avete fatto tutto ciò che l’amore poteva fare. E l’amore non va perduto.
L’amore che doniamo diventa capitale invisibile di nuova umanità. Il vostro bambino è
custodito da Dio e un giorno, quando il Signore asciugherà ogni lacrima, ci sarà un incontro
che nessuna malattia e nessuna morte potranno più spezzare. Ai suoi fratellini raccontate
che la vostra casa ha una stanza in più, loro non la vedono, ma è quel paradiso che ora è
diventato anche la stanzetta del piccolo Domenico.
Affidiamolo al Padre con fede. E chiediamo che, dentro questo dolore immenso, la
speranza cristiana rimanga una luce accesa. Una luce più forte della morte. Amen.
Magliette bianche con la foto di Domenico sono state sistemate sui primi banchi all’interno della cattedrale di Nola. Sono i posti riservati ai familiari che li occuperanno quando avrà inizio la funzione La bara del piccolo Domenico è stata adagiata davanti all’altare, protetta dal servizio d’ordine che impedisce alle persone di avvicinarsi al feretro. Ai lati delle navate sono stati sistemati i gonfaloni del Comune di Nola e di alcune associazioni. La chiesa è sempre più affollata da familiari, conoscenti ma anche da tante persone che personalmente vogliono esprimere la loro solidarietà e vicinanza ai genitori del piccolo.
La dg dell’ azienda dei Colli abbraccia i genitori di Domenico
La direttrice generale dell’azienda ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, è da poco giunta nel duomo di Nola per porgere le condoglianze alla famiglia di Domenico. La dg ha stretto la mano al papà del piccolo e poi ha fortemente abbracciato la mamma Patrizia. Tra le due il colloquio è andato avanti per alcuni minuti.
Sulla bara la letterina di un bambino
“Ti voglio bene, troverai tanti angeli che giocheranno con te”. È quanto si legge in una letterina adagiata da un bambino davanti alla bara del piccolo Domenico nel duomo di Nola, dove alle 15 si svolgeranno i funerali. Tra i fiori bianchi e davanti alla foto del bimbo che campeggia sulla bara, Andrea, che firma la lettera, chiede di salutare i suoi nonni “anche loro tra gli angeli”. “Ciao Domenico – si legge – sono Andrea. Volevo dirti che ti voglio bene e che ora sei tra gli angeli. Volevo chiederti di salutare i miei nonni, anche loro tra gli angeli. Ora troverai tanti angeli che giocheranno con te. Ti voglio bene. Andrea”.
Striscione in piazza a Nola, ‘giustizia per Domenico’
“Tutto questo non ha alcun senso, che nulla resti impunito”. È quanto si legge su uno striscione affisso nella piazza antistante il duomo di Nola, dove dalle 11 di oggi è giunto il feretro del piccolo Domenico. “Il tuo ricordo in eterno mai sbiadito”, è impresso ancora sullo striscione dove si chiede “Giustizia per Domenico”.
Manfredi: ‘oggi è il momento di stringerci a famiglia di Domenico, poi l’inchiesta’
“Oggi è il momento del dolore, è il momento di stringerci intorno alla famiglia. Poi ci sarà il momento per accertare i fatti”. Lo ha detto il sindaco di Napoli e della città metropolitana Gaetano Manfredi, che è stato tra i primi a giungere in cattedrale a Nola per rendere omaggio alla salma del piccolo Domenico.
Il prefetto di Napoli, ‘mamma Domenico porta il dolore con grande dignità’
La mamma di Domenico “porta sulla propria pelle una sofferenza indelebile affrontando il dolore con una grande dignità”. Lo ha detto il prefetto di Napoli, Michele di Bari, che ha incontrato oggi, nella cattedrale di Nola, i genitori del piccolo morto al Monaldi dopo il trapianto con il cuore danneggiato. Il prefetto ha evidenziato anche la “grande forza della comunità” che è solidale con la famiglia del piccolo sottolineando che “le istituzioni sono vicine alla mamma e al papà” con una richiesta incessante di giustizia.


