Nuovi inquietanti dettagli emergono dall’inchiesta antimafia che ha portato al recente blitz anticamorra nell’area nord di Napoli, tra Sant’Antimo, Grumo Nevano e i comuni limitrofi. Al centro degli atti investigativi compare ancora una volta la figura di Domenico Ranucci, ritenuto dagli investigatori elemento di spicco dell’omonimo clan legato agli storici equilibri criminali del territorio. Secondo quanto ricostruito nell’informativa conclusiva del 23 settembre 2024, le indagini sarebbero partite da un grave episodio intimidatorio avvenuto nell’agosto del 2022 ai danni del titolare dell’attività di autonoleggio di Grumo Nevano. L’uomo denunciò ai carabinieri di aver rinvenuto un ordigno inesploso davanti alla saracinesca del proprio esercizio commerciale. L’esplosivo fu successivamente fatto brillare dagli artificieri dell’Arma. Nel corso delle sommarie informazioni testimoniali, la vittima riferì anche di precedenti avvertimenti ricevuti da soggetti che gli avrebbero intimato di “mettersi a posto con gli amici”, chiaro segnale — secondo gli investigatori — di una pressione estorsiva maturata nel contesto criminale locale.
Le attività tecniche successive avrebbero poi consentito agli inquirenti di delineare il ruolo assunto da Domenico Ranucci subito dopo la sua scarcerazione dalla casa di reclusione di Carinola, avvenuta il 28 novembre 2022. In particolare, una conversazione ambientale captata il 30 dicembre 2022 all’interno di una Fiat 500X in uso ad Anthony Di Mattia avrebbe fotografato il tentativo del gruppo criminale di imporre il monopolio dello spaccio di sostanze stupefacenti nell’area di Sant’Antimo. Dalle intercettazioni emergerebbe infatti che alcuni pusher della zona sarebbero stati “convocati” per rifornirsi esclusivamente dal gruppo riconducibile ai Ranucci. Nella conversazione, il nome di “Lillì” viene associato proprio a Domenico Ranucci, descritto dagli interlocutori come soggetto “dotato di grande forza criminale e capace di esercitare un forte controllo sul territorio”. Gli stessi dialoghi intercettati richiamano inoltre la figura del padre, Stefano Ranucci, storico capoclan di Sant’Antimo detenuto al regime del 41 bis.
Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, il gruppo avrebbe tentato di ricostruire una rete di controllo sulle piazze di spaccio attraverso intimidazioni e imposizioni ai venditori locali, sfruttando il peso storico del clan e il timore generato dalla famiglia criminale nel territorio dell’hinterland napoletano. L’inchiesta rappresenta l’ennesimo capitolo della lunga guerra dello Stato contro i clan dell’area nord di Napoli, da anni considerata una delle zone più delicate per gli equilibri della camorra campana.
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