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Morto dopo la maxi rissa, il ricordo per Baba: “Era parte di Napoli”

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Domenica scorsa Ouedraogo Tindamalegre Mahamadou è morto all’ospedale Vecchio Pellegrini dopo essere stato ferito gravemente nel corso di una rissa a Porta Capuana. Il presunto aggressore è stato fermato: si tratta di un tunisino di 58 anni, regolare in Italia, che è rimasto chiuso in un bar delle per paura di essere linciato. Poi, quando sul posto è arrivata una cinquantina di agenti, l’uomo è uscito ed è stato portato in commissariato.
Il ricordo per Baba dell’Ex Opg – Je so pazz
La vittima è stata ricordata dagli attivisti dell’Ex Opg – Je So Pazz: “Si chiamava Ouedraogo Tindamalegre Mahamadou, per tutti Baba. Prima di diventare un titolo di cronaca, una parte in una “rissa tra extracomunitari”, una categoria sociale da strumentalizzare, Baba era una persona. Un lavoratore, un compagno di lotta, un uomo che aveva costruito relazioni, che aveva sogni e futuro in questa città. Baba era arrivato in Italia nel 2023 dal Burkina Faso. Aveva imparato l’italiano, lavorava ogni giorno, aveva aperto un bar che nel tempo era diventato un punto di riferimento per tanti cittadini burkinabè a Napoli: un luogo dove sentirsi meno soli, dove ricostruire una comunità lontano da casa. Partecipava alla lotta per i diritti dei migranti anche quando quei diritti, per sé, li aveva già conquistati. Lo faceva perché sapeva che la dignità non è una questione individuale ma ci riguarda tutti. Per chi lo ha conosciuto, Baba era una presenza luminosa: generoso, ironico, ostinato, pieno di vita. Una di quelle persone che tengono insieme pezzi di quartiere e di umanità senza fare rumore. Per questo fa ancora più male vedere come la sua morte sia stata raccontata. Ancora una volta, una tragedia avvenuta in un quartiere abbandonato viene ridotta alla formula della “rissa tra immigrati”, come se bastasse la provenienza delle persone coinvolte a spiegare tutto. Come se la nazionalità fosse la notizia principale. Come se alcune vite potessero essere archiviate più facilmente di altre“.

Sappiamo bene che se i protagonisti fossero stati italiani il racconto pubblico sarebbe stato diverso: si sarebbe parlato delle condizioni sociali, del degrado urbano, dell’abbandono istituzionale, delle responsabilità politiche. Invece, quando le vittime e i colpevoli sono migranti, tutto viene schiacciato dentro una narrazione securitaria e razzista utile solo ad alimentare paura e guerra tra poveri. La verità è più complessa e più scomoda. Porta Capuana è da tempo uno dei simboli dell’abbandono materiale prodotto da anni di assenza di politiche sociali. Un quartiere lasciato senza servizi, senza spazi sociali, senza investimenti reali, dove a resistere sono soprattutto le reti informali, le comunità migranti, chi prova ogni giorno a costruire relazioni e sopravvivenza in mezzo alla precarietà. Eppure quella stessa zona viene continuamente raccontata e governata solo attraverso la logica dell’emergenza e della sicurezza. “Zona rossa”, controlli, militarizzazione, repressione: strumenti che vengono presentati come soluzioni definitive ma che, puntualmente, non risolvono nulla. Perché nessuna pattuglia può sostituire una casa, un lavoro dignitoso, servizi sociali, presidi culturali, scuole aperte, spazi di aggregazione, diritti”.

La violenza non nasce nel vuoto. Cresce dove esistono marginalità, ricatto, solitudine e abbandono. E chi oggi usa la morte di Baba per invocare ancora più repressione sta scegliendo di ignorare volontariamente tutto questo. Ricordare Baba significa rifiutare questa ipocrisia. Significa difendere la verità contro una narrazione disumanizzante. Significa dire che nessuna vita può essere ridotta a una categoria etnica o a un titolo di cronaca. E significa continuare a lottare perché quartieri come Porta Capuana non vengano trattati come territori da contenere, ma come luoghi da vivere, ascoltare e sostenere. Baba non era ‘un immigrato coinvolto in una rissa’. Era un uomo che costruiva comunità. Era parte di Napoli. E la sua memoria merita giustizia, non propaganda. Che la terra ti sia lieve. La tua lotta continua nei passi di chi resta”, hanno concluso gli attivisti.

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