Dopo ore di ricerche, è stato lui stesso a farsi trovare: «Datemi l’ergastolo». Con le mani alzate davanti agli agenti della Polizia locale, Luigi Morcaldi, 64 anni, ha chiuso così la sua fuga e la giornata di sangue iniziata quella mattina. Era nascosto tra gli alberi del Parco Nord, sporco di sangue e svuotato, nel punto dove aveva gettato il coltello usato per uccidere l’ex moglie, Luciana Ronchi. «Mi stavate cercando, ma io ero sempre qui», ha detto con voce calma, quasi rassegnata. In realtà non si era mai allontanato davvero dal luogo del delitto: la casa di via Grossini, dove aveva vissuto fino a tre anni fa insieme alla donna che non aveva mai smesso di controllare.
Luciana Ronchi, 62 anni, lavorava in una mensa e stava cercando di ricostruirsi una vita serena dopo la separazione del 2022. I vicini la ricordano come una donna gentile, che finalmente aveva ritrovato il sorriso. Ma da qualche settimana qualcuno la osservava dall’altra parte della strada, immobile sullo scooter, in silenzio: era il suo ex marito, che non accettava la fine del loro matrimonio.
Mercoledì mattina, poco dopo le dieci, Morcaldi l’ha aspettata sotto casa. Quando Luciana l’ha visto arrivare, con il casco in testa e le mani in tasca, gli ha detto soltanto: «Te ne devi andare». Lui ha reagito con una furia cieca, colpendola prima al volto e poi al collo, fino a reciderle la giugulare. Luciana ha tentato di rifugiarsi nell’androne del palazzo, ma lui l’ha raggiunta gridando: «La casa è mia!». È crollata sull’asfalto, dove poco dopo la scientifica avrebbe lavorato per ore tra il sangue e la disperazione dei vicini.
Dopo l’aggressione, Morcaldi è fuggito in scooter. Ha abbandonato il mezzo poco distante, lasciando in un’auto una giacca insanguinata e una lettera piena di accuse contro la vittima e contro il figlio Andrea, 28 anni, con cui non parlava più. Poi ha vagato per il parco, senza meta, fino al tramonto. Un errore lo ha tradito: per un istante ha acceso il cellulare, permettendo agli agenti di localizzarlo.
Quando è stato fermato, non ha tentato di scappare. «Stanotte dormo in galera», ha detto. Un’ora dopo, all’ospedale Niguarda, Luciana Ronchi è morta in sala operatoria. Un’altra vita spezzata da un uomo che non aveva accettato la libertà di una donna.

