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Il papà di Domenico: “Il cuore per mio figlio era in un frigo da pic-nic”

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In queste settimane aveva scelto di restare un passo indietro. A parlare, davanti alle telecamere e ai microfoni, è stata soprattutto la moglie. “Preferisce che io stia fuori, per evitare che possa esplodere. Il gigante è lei. Senza di lei oggi sarei già morto. Non riesco più neppure a fare il muratore, il mio mestiere”.

Antonio, il papà del piccolo Domenico, morto dopo 60 giorni di coma farmacologico in seguito al trapianto di cuore, rompe ora il silenzio. Le sue parole sono dirette, attraversate da dolore e rabbia.

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La malattia e la speranza

Domenico soffriva di una cardiomiopatia dilatativa. Una diagnosi che aveva cambiato tutto, ma non la speranza dei genitori.

“Domenico era un bambino sveglissimo, molto vivace, intelligente. Speravo che lui avesse una vita serena, in salute, senza problemi e invece… Ci affidammo completamente ai medici del Monaldi. Attenzione però: non sono tutti cattivi. In quell’ospedale c’è anche tanta gente brava, tanti dottori in gamba che sono venuti poi ad abbracciarci. Anche le infermiere sono state sempre vicine a Domenico, non l’hanno mai abbandonato”.

Un passaggio che distingue, che separa le responsabilità individuali dall’intero sistema. Nel dolore, Antonio non fa di tutta l’erba un fascio.

Le accuse: il trasporto del cuore e il silenzio

Ma la ferita resta aperta. E il papà punta il dito contro due aspetti: il contenitore utilizzato per il trasporto del cuore e la mancanza di comunicazione nei giorni successivi al trapianto.

“Dopo Capodanno i medici sparirono tutti, nessuno ci venne a dire più niente. Era finita ma noi ancora non lo sapevamo”.

Parole che raccontano un vuoto, prima ancora che una perdita.

Poi l’episodio del litigio in ospedale, pochi giorni prima della morte del piccolo: “Ero molto nervoso e tre giorni prima che Domenico morisse ebbi un brutto litigio con le guardie giurate. Le stesse che poi mi sono venute ad abbracciare con sincerità quando è morto”.

E infine l’accusa più dura: “Erano fuori di testa quelli che partirono da Napoli per andare a Bolzano a prendere il cuore con quel frigo da pic-nic. Il cuore per mio figlio era in un frigo da pic-nic”.

Un’immagine che è diventata simbolo della vicenda, mentre la Procura prosegue le indagini per fare chiarezza sulle responsabilità e sulle procedure adottate in quelle ore decisive.

Intanto resta la voce di un padre che non cerca riflettori, ma risposte. E che, nel dolore, continua a ripetere una cosa sola: suo figlio meritava di più.

 

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