I tentacoli del clan Contini sul San Giovanni Bosco: nuovo successo nella vicenda giudiziaria per Carmine Botta, indicato come uno dei reggenti del clan Contini e finito in manette nell’ambito dell’inchiesta che svelò il controllo del clan del rione Amicizia sull’ospedale San Giovanni Bosco.
In primo grado Botta, a fronte di una iniziale richiesta di 15 anni, aveva incassato 5 anni e quattro mesi: i suoi legali, gli avvocati Domenico Dello Iacono e Giuseppe Perfetto, erano infatti riusciti a ottenere la continuazione con una vecchia sentenza con assoluzione dall’ipotesi di intestazione fittizia di beni. Contro quell’assoluzione il pubblico ministero della Dda ha proposto appello, ma l’appello è stato respinto dalla Corte d’Appello di Napoli, che ha accolto la linea difensiva dei due penalisti, ritenendo insussistenti i presupposti per impugnare la sentenza. Secondo la Procura Botta sarebbe stato il gestore di un’attività di autonoleggio di cui solo formalmente il titolare sarebbe stato il figlio Luca e così per lui era stato chiesto un incremento di otto anni e nove mesi di pena. I due difensori hanno però dimostrato la carenza di motivazione dell’appello proposto dal pubblico ministero e da qui l’inamissibilità dell’appello proposta dal pubblico ministero.
Grazie a questa decisione, Botta potrà beneficiare di un ulteriore sconto di pena in virtù della riforma Cartabia, passando così dai 5 anni e quattro mesi comminati in primo grado a 4 anni e cinque mesi, con una riduzione di un sesto della pena.
Chi aveva proposto appello, Gennaro Manetta, si è invece visto respingere il ricorso, con la conferma della condanna a 6 anni e otto mesi. Gli altri condannati — Ciro Aieta (7 anni e quattro mesi), Giuseppe Buccelli (7 anni e otto mesi), Gaetano Esposito (8 anni), Luigi Perrotta (8 anni) e Domenico Scutto (6 anni e otto mesi) — non hanno proposto appello e usufruiranno anch’essi della riduzione di un sesto della pena prevista dalla Cartabia.
Le indagini, avviate nel dicembre 2021, avevano delineato un quadro accusatorio inquietante. Gli uomini più fidati del clan determinavano le scelte strategiche nella gestione di alcuni servizi dell’ospedale: non solo la gestione del parcheggio e della mensa, ma anche il controllo dello spaccio di droga all’interno della struttura sanitaria.
Come sottolineato dal gip di Napoli Federica Colucci, la potente organizzazione criminale “si è di fatto impossessata di interi settori commerciali e imprenditoriali, nonché di alcune strutture pubbliche assolutamente nevralgiche come alcuni degli ospedali più importanti di Napoli, utilizzati non solo per organizzare summit criminali o per ricevere le vittime di rapporti usurai o estorsivi, ma anche come ulteriore strumento di gestione del proprio potere mafioso”.


