Il rischio, concreto, è quello di passare il resto della propria vita in carcere. Sì perché Marco Di Lauro, l’ex “fantasma” di Secondigliano, quarto figlio del boss Paolo Di Lauro, è capace di intendere e di volere. A stabilirlo è stata una perizia psichiatrica effettuata nel carcere milanese di Opera, dove lo psichiatra incaricato dal Tribunale di Napoli ha accertato che “F4” non è affetto da alcuna patologia e può dunque sostenere il processo che lo vede imputato.
Di Lauro junior è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Eugenio Nardi e resterà detenuto al 41 bis, in regime di isolamento, perché ritenuto ancora capace di influenzare le scelte del suo gruppo e dei fedelissimi rimasti all’esterno.
L’ultima valutazione medica non lascia spazio a interpretazioni: «Non emergono – si legge nella relazione – elementi clinici sufficienti a porre diagnosi di patologia psichiatrica maggiore o di infermità di mente».
L’omicidio di Eugenio Nardi
Marco Di Lauro è stato ritenuto mandante dell’omicidio di Eugenio Nardi, avvenuto il 4 gennaio 2008. Decisive nel corso delle indagini le dichiarazioni del pentito Luigi Musolino, alle quali si sono aggiunte quelle di Carlo Capasso e Vincenzo Lombardi.
Alla base del delitto ci sarebbe stata una vendetta, maturata contro un uomo accusato di aver sparato contro un affiliato del clan Di Lauro. L’omicidio di Nardi, commesso nel gennaio 2008, è tornato alla ribalta anche grazie alle dichiarazioni del neo collaboratore di giustizia Massimo Molino, che ha spiegato ai magistrati come Nardi, appartenente al gruppo Sacco-Bocchetti, fosse sospettato di aver preso parte al tentato omicidio di Daniele Tarantino, esponente della cosca del Terzo Mondo. Un affronto che, secondo il collaboratore, Marco Di Lauro “non riusciva a digerire”, tanto da voler vendicarsi a ogni costo. Per Molino, quel delitto servì non solo come punizione, ma anche come messaggio rivolto al gruppo di San Pietro a Patierno, che in quel periodo si stava avvicinando agli Amato-Pagano.
Secondo la ricostruzione: «Marco Di Lauro, per dare risposta all’agguato, ordinò la morte. L’omicidio di “Gegè” fu commesso da Carlo Capasso, dopo che la vittima era stata bloccata da due auto. Capasso salì nella macchina di Nardi e prima di sparare gli disse: “Ti manda salutando Daniele”». Daniele Tarantino, sempre secondo Molino, restava in costante contatto con Di Lauro, andandolo a trovare anche durante la latitanza. «La forza di Di Lauro era tale – raccontava – che poteva mangiare pasta e dado per una settimana intera, cioè affrontare qualsiasi sacrificio».

