Gestiva la ricchezza del clan Contini, anche quella accumulata grazie alle truffe alle assicurazioni, investendone i proventi nell’ acquisto di immobili, auto e anche quadri d’autore.
La Procura di Napoli e il gip contestano il concorso esterno in associazione mafiosa all’ avvocato Salvatore D’Antonio, 51 anni, arrestato oggi nell’ambito delle indagini del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza e del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli sulle infiltrazioni della camorra nell’ ospedale San Giovanni Bosco di Napoli.
Già altre indagini in passato hanno documentato come la camorra, ma in particolare il clan Contini, avesse messo le mani della struttura ospedaliera partenopea imponendo i propri voleri con minacce e violenze.
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Quattro persone sono finite in carcere, stamattina, nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli su presunti interessi del clan Contini all’interno dell’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli.
Tra i destinatari della misura risulta anche un avvocato, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa: tre indagati sono stati arrestati, per il quarto le operazioni risultano ancora in corso.
Il provvedimento è stato eseguito dai militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza e del Nucleo investigativo dei carabinieri di Napoli, su ordinanza del gip del tribunale partenopeo. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione di tipo mafioso aggravata dal carattere armato, corruzione, falsa testimonianza, false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, falso ideologico in atti pubblici, trasferimento fraudolento di valori, accesso abusivo a sistemi informatici, tentata estorsione, estorsione, usura, riciclaggio e autoriciclaggio.
Le indagini, avviate dopo le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, avrebbero fatto emergere un sistema di gestione illecita di attività e servizi all’interno del nosocomio di via Filippo Maria Briganti. Secondo gli inquirenti, il clan avrebbe controllato bar, buvette e distributori automatici senza autorizzazioni, senza versare i canoni dovuti all’Asl e utilizzando abusivamente le utenze dell’ospedale, con un aggravio economico per l’ente pubblico.
Sempre secondo l’accusa, attraverso un’associazione attiva nel settore delle ambulanze e con la complicità di personale sanitario e parasanitario, addetti alla vigilanza privata e dipendenti di ditte operanti nella struttura – talvolta costretti con minacce – sarebbero stati garantiti favori a esponenti del clan e ad altre consorterie. Tra questi, ricoveri in violazione delle procedure, certificazioni mediche false anche per ottenere scarcerazioni e trasporti di salme effettuati in ambulanza anziché tramite servizi funebri autorizzati.


