Quattro persone sono finite in carcere, stamattina, nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli su presunti interessi del clan Contini all’interno dell’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli.
Tra i destinatari della misura risulta anche un avvocato, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa: tre indagati sono stati arrestati, per il quarto le operazioni risultano ancora in corso.
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Il provvedimento è stato eseguito dai militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza e del Nucleo investigativo dei carabinieri di Napoli, su ordinanza del gip del tribunale partenopeo. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione di tipo mafioso aggravata dal carattere armato, corruzione, falsa testimonianza, false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, falso ideologico in atti pubblici, trasferimento fraudolento di valori, accesso abusivo a sistemi informatici, tentata estorsione, estorsione, usura, riciclaggio e autoriciclaggio.
Le indagini, avviate dopo le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, avrebbero fatto emergere un sistema di gestione illecita di attività e servizi all’interno del nosocomio di via Filippo Maria Briganti. Secondo gli inquirenti, il clan avrebbe controllato bar, buvette e distributori automatici senza autorizzazioni, senza versare i canoni dovuti all’Asl e utilizzando abusivamente le utenze dell’ospedale, con un aggravio economico per l’ente pubblico.
Sempre secondo l’accusa, attraverso un’associazione attiva nel settore delle ambulanze e con la complicità di personale sanitario e parasanitario, addetti alla vigilanza privata e dipendenti di ditte operanti nella struttura – talvolta costretti con minacce – sarebbero stati garantiti favori a esponenti del clan e ad altre consorterie. Tra questi, ricoveri in violazione delle procedure, certificazioni mediche false anche per ottenere scarcerazioni e trasporti di salme effettuati in ambulanza anziché tramite servizi funebri autorizzati.
Tra i quattro arrestati anche un avvocato
Un ulteriore filone riguarda presunte truffe ai danni di compagnie assicurative. Con l’appoggio di medici e professionisti compiacenti, gli indagati avrebbero simulato incidenti stradali, reclutando falsi testimoni retribuiti e predisponendo perizie ritenute dagli inquirenti false, per poi reinvestire i proventi.
Al centro dell’inchiesta anche la figura di un avvocato che, per la procura, avrebbe messo stabilmente le proprie competenze al servizio del sodalizio, facendo da tramite tra carcere e affiliati per la gestione delle “mesate” destinate ai familiari dei detenuti e fornendo consulenze per la tutela e l’incremento dei patrimoni del clan, compreso l’acquisto di immobili, auto e opere d’arte. Avrebbe inoltre svolto un ruolo di intermediazione con pubblici ufficiali infedeli per ottenere informazioni riservate.

